Tag Archive: Gheddafi

mar
28

La guerra nascosta

Con tutto il rispetto per i morti nella guerra di Libia, sembra che gli organi di informazione non vedessero l’ora di poter far passare in secondo o terzo piano il problema del nucleare giapponese.
Ve ne siete accorti? Da una settimana sembra che a Fukushima non stia succedendo più niente. San Gheddafi ha fatto la grazia e del nucleare meno se ne parla, meglio è. Ogni giorno leggiamo che da questo o quel reattore sta uscendo un po’ di fumo, una volta bianco, l’altra nero, e che volete che sia?
Intanto, il governo fa finta di averci ripensato con la trovata della moratoria di un anno e la lobby nuclearista è tornata all’attacco. Quasi sempre con una pubblicità subdola e nascosta, facendo parlare in televisione quasi chi è a favore del nucleare e solo qualche volta gli scienziati che sono contrari, anche se hanno vinto il Nobel come Rubia. Oppure con editoriali che ci spiegano come senza il nucleare tra pochi decenni moriremo tutti di freddo. Ce n’è uno anche oggi sul “Corriere della Sera”, firmato da Giovanni Sartori. Dice che in Giappone è successo quello che è successo per colpa del terremoto, dunque basta costruire le centrali in zone sismicamente sicure per stare tranquilli.
Peccato che zone tanto sicure non esistano, come concluse nel 2003 una commissione nominata dall’allora presidente americano Bush proprio per trovare da qualche parte del mondo posti dove si potessero costruire le centrali senza rischiare niente. Quelli tornarono alla Casa Bianca e dissero: “Ci dispiace tanto presidente, ma posti così non ce ne stanno”. E peccato pure che i terremoti siano uno dei principali fattori di rischio, ma non il solo. Che succede se un terrorista pazzo riesce a fare saltare una centrale nucleare, o se un dittatore messo alle strette decide di vendicarsi prendendo di mira le centrali nucleari?
L’idea che hanno in mente è chiara: fare finta che il peggio sia passato e che il governo stia studiando nuove misure di sicurezza a prova di tutto, e intanto bombardare i cittadini con pubblicità esplicite e occulte sperando così che il referendum non raggiunga il quorum. Dopo di che ricominceranno come prima e come se a Fukushima non fosse successo niente.
Poi però, capita che di colpo, come è successo oggi, ci tocchi leggere che in quella centrale il livello di radioattività è salito di dieci milioni di volte oltre il normale. proprio così. Non è un errore di stampa. Dieci milioni di volte! Vuol dire che in Giappone le cose non solo non stanno migliorando come ci fa credere il sistema dell’informazione ma sono al contrario molto più gravi di quanto non ci abbiano detto sinora e di quanto non ci dicano nemmeno oggi.
Ormai si parla di 25.000 morti complessivi e del fatto che gli esperti giapponesi temono effetti permanenti sull’ecosistema giapponese e mondiale. Ecco perché parlo di “guerra nascosta”. Perché quando si tratta di questa, che è una vera e propria guerra, la stampa internazionale si comporta in maniera non chiara, e le televisioni, specie quelle italiane, peggio. Nascondono informazioni che dovrebbero essere invece diffuse a tutti i cittadini in modo che possano decidere con piena coscienza di causa se questo rischio folle lo vogliono correre o no. Minimizzano i rischi, persino quando la catastrofe è già successa come a Fukushima. Non dicono mai che al nucleare ci sono alternative molto più sicure e molto meno costose.
Per questo non bisogna abbassare la guardia nemmeno di un centimetro. A giugno, col referendum, possiamo battere questa pazzia e cancellare l’incubo nucleare. Ci riusciremo se sapremo battere la disinformazione e i trucchi con cui questo governo cerca di convincere i cittadini a fregarsene e a non andare a votare per niente. Ma quando in ballo c’è la vita nostra e dei nostri figli fregarsene è un delitto

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/la_guerra_nascosta.html

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mar
25

Siamo il pilastro dell’alternativa

Ecco la mia intervista pubblicata questa settimana su Gli Altri.

«Ma quale comunista! Sono cose che diceva Gesù e sono scritte nel Vangelo». Accostamento ardito, e un po’ blasfemo. Peraltro il Messia scacciò i mercanti dal tempio, Antonio Di Pietro s’accontenterebbe di cacciare i “pirati” dal mercato. Dove per “mercato” s’intende quello dell’economia, che il leader dell’Italia dei Valori certo non rinnega, ma neppure beatifica. E per “pirati” i capitani d’industria che sfruttano e delocalizzano, celando le proprie malevole intenzioni dietro il paravento della recessione globale. Stato sociale, diritti e beni universali. Se è giusto come è giusto – nel marasma dei dissesti planetari – non perdere di vista l’ombelico della nostra misera Italia, allora da lì bisogna partire, da una ricetta per «uscire dalla crisi». Un pacchetto di riforme per un nuovo welfare, che faccia rifiatare le imprese e restituisca dignità al lavoro. Da questa «battaglia di civiltà», insieme alla campagna referendaria contro il nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento, passa la costruzione dell’alternativa al berlusconismo, che il leader dell’Italia dei Valori immagina interna al perimetro del centrosinistra, in un recinto schiettamente bipolare. Unico problema: l’ostracismo del Pd: «Ci snobbano, ci mettono all’angolo. Vorrebbero fare a meno di noi, salvo poi accorgersi che portiamo avanti programmi ragionevoli e condivisibili».

Onorevole, gli attriti col Pd non fanno più notizia. Cos’è che non funziona nei rapporti con i dirigenti democratici?
Con il Partito Democratico vi è purtroppo un rapporto ancora limitato ad esigenze “numeriche” più che programmatiche. Questo perché nel Pd le troppe anime che vi convivono non riescono a trovare un punto di incontro su molti temi dell’agenda politica, fra cui lavoro, economia, ambiente ed energia. Soltanto poche settimane fa il Pd osteggiava i tre referendum sostenuti dall’Italia dei Valori, dicendo che avrebbero aiutato Berlusconi. Oggi invece prendo atto che li hanno fatti propri. Ma è un’intestazione fittizia a scopo di lucro elettorale.

“Dare da bere agli assetati…”. In piazza ha citato il Vangelo. Ma sull’acqua pubblica il Pd prende tempo. Bersani è un cattivo cristiano?
Che le devo dire, i problemi del Pd sono conosciuti, mentre le soluzioni non sono conoscibili. Ma non spetta a me intervenire sui loro distinguo. Quello che posso confermarle è che l’Italia dei Valori si muove all’interno di un recinto bipolare e dentro il bipolarismo intende costruire un programma alternativo a Berlusconi. Bisogna salire un gradino alla volta, non avere fretta di fare il passo più lungo della gamba e accontentarsi di partire dal minimo comune denominatore dell’alleanza. Mi lasci dire però che il nostro partito è mal tollerato. A differenza di quanto avviene nella maggioranza, dove la Lega è vissuta come anomalia ma viene coccolata, l’Idv nel centrosinistra viene letteralmente bistrattata. C’è nei nostri confronti un ostracismo continuo e credo sarebbero molto più contenti se non ci fossimo, perché siamo la coscienza critica su alcune politiche ambigue e su alcuni comportamenti poco chiari a livello territoriale. Ma recriminare serve a poco, l’Italia dei valori deve consolidare la propria forza soprattutto nell’elettorato. Alla fine contano i numeri: più siamo forti più possiamo far pesare le nostre idee nell’elaborazione di linee programmatiche all’interno del centrosinistra.

Quando allude a “politiche ambigue” e “comportamenti poco chiari” sul territorio viene in mente il caso di Napoli.
Io penso semplicemente che la candidatura di Luigi De Magistris possa essere più forte e vincente rispetto a quella indicata in extremis dal Pd. Noi siamo stati limpidi nella nostra proposta: essendo venuta a mancare, attraverso il caso delle primarie, l’individuazione del candidato comune, abbiamo sentito il dovere di avanzare una nostra candidatura, non di bandiera e non di facciata, che potesse rappresentare un esempio di buona amministrazione, all’insegna della discontinuità. E con ottime chances di risultare vincente. Ma abbiamo anche detto sin d’ora che siamo pronti ad appoggiare l’altro candidato al ballottaggio, se dovesse prevalere: lasciamo agli elettori, al primo turno, decidere quale sia la scelta migliore. Come vede anche in questo caso la nostra posizione è stata male interpretata in nome di quel risentito ostracismo cui accennavo prima.

Anche Sel ha fatto lo sgambetto a De Magistris. Nella consultazione interna la maggioranza degli iscritti vendoliani ha scelto il candidato del Pd…
Non lo considero affatto uno sgambetto. È una decisione democraticamente assunta, che noi rispettiamo, ma che non ha implicazioni definitive: rimettiamo agli elettori di Sel una valutazione più complessiva e più concreta al momento del voto. In ogni caso il nostro impegno è fare una campagna non contro un pezzo del centrosinistra, ma in alternativa al centrodestra. Siamo sicuri che al secondo turno troveremo un punto di incontro.

Nei suoi riguardi, lo ha fatto capire prima, non sono così premurosi. Nelle due uniche realtà in cui l’Idv ha avanzato una candidatura autonoma, Napoli e Campobasso, il Pd ha alzato barricate.
Spero che alla provincia di Campobasso si possa ancora raggiungere un accordo, ma quel che è successo lì è paradossale. Pensi che l’Idv ha il doppio dei voti del Pd. Abbiamo proposto la candidatura del massimo responsabile del partito, mentre il Pd non è riuscito ad avanzare nessuna alternativa propria e si è appellato a una consulente del governatore del Molise Iorio, di centrodestra. Questa signora è venuta a casa mia a Montenero di Bisaccia a propormi riservatamente di rompere la coalizione, di appoggiare lei in contrasto col Pd e in accordo con il Terzo Polo. Le ho detto testuali parole: “Non posso rompere la coalizione, non posso tradire il mio impegno col Pd”. Per tutta risposta lei è andata dai dirigenti democratici e ha realizzato l’accordo contro di me, nonostante io abbia avvisato il segretario Bersani senza ricevere alcuna risposta. Credo che questo episodio, al di là del comportamento discutibile e interessato del soggetto in questione, sia abbastanza paradigmatico. Pur di farmi un dispetto sono caduti nella trappola. Un comportamento deplorevole, ma mi auguro che questa posizione rientri.

Non c’è solo la partita delle amministrative. Su alcuni temi, in particolare sul mercato del lavoro, nel centrosinistra ci sono sensibilità differenti. Brucia ancora la lacerazione sul caso Fiat?
Noi chiediamo al Pd di iniziare un confronto programmatico su questo capitolo fondamentale, ribadendo la posizione di principio dell’Idv: no allo scontro lavoratori-impresa, perché ognuno dei soggetti di questo rapporto è essenziale per la vita dell’altro. Non si può chiedere alle imprese di lavorare in perdita, altrimenti chiudono baracca e se ne vanno; non si può chiedere al lavoratore di diventare un moderno schiavo. Per questo servono politiche per il lavoro e politiche fiscali. La peggiore anomalia del terzo millennio è la falsa interpretazione del concetto di flessibilità. La flessibilità può essere un valore aggiunto solo laddove si presenti come reale opportunità per chi la pratica, non se la si subisce “obtorto collo”. Oggi quattro lavoratori su cinque sono costretti a cercarsi un nuovo impiego: in molti casi si tratta di un escamotage del sistema dell’impresa per avere la mano libera sui dipendenti, sbarazzandosene come fossero spazzatura, merce usa e getta. Per questo noi abbiamo fatto una proposta che prevede la flessibilità come opportunità ma non come forca caudina: deve essere un’esperienza a termine che porti a un risultato positivo e non alla fine del lavoro. Ho parlato con il personale della nuova compagnia aerea Cai, mi hanno detto che l’azienda prende tutti a contratti a termine e poco prima della fine dell’ultima proroga utile, ossia i trentasei mesi, anziché stabilizzare il lavoro assume altro personale a termine. Ecco quindi che vi è un abuso della ratio della norma per interessi personali.

Nel libro curato insieme al responsabile lavoro Maurizio Zipponi (gratis con “Gli Altri” la prossima settimana, ndr) emerge il ritratto di un’Italia in ginocchio: imprese che soffrono ma anche imprese che fuggono, che approfittano del paravento della crisi per fare “macelleria sociale”. Come si tampona l’emorragia?
Noi riteniamo che bisogna fare un salto di qualità nella difesa dello stato sociale, del lavoratore e dell’impresa in difficoltà, e che si passi dall’attuale ricorso indistinto alla cassa integrazione guadagni ai contratti di solidarietà. Allo Stato costa la stessa cifra, mentre l’azienda può mantenere il suo know how e il proprio bacino di maestranze e il lavoratore, a parità di retribuzione, può avere la speranza di una soluzione positiva e non di un’agonia a perdere, come accade con la cassa integrazione. Per quanto riguarda il sistema dell’impresa bisogna abbattere i due grandi mostri, l’inequità fiscale e l’evasione fiscale, che rendono impossibile una leale concorrenza. È proprio la sopravvivenza di oligopoli che genere la diseconomia del sistema e una sostanziale disuguaglianza. La nostra proposta è riassumibile nel 20-20-20: far salire al 20% la tassazione della rendita finanziaria, ridurre al 20% la tassazione sui redditi da lavoro e aumentare del 20% gli stipendi nel giro dei prossimi tre-quattro anni.

Le daranno del pazzo bolscevico.
Sia chiaro: io sono per la libera concorrenza, ma uno Stato che si definisce civile non può avallare la legge del più forte.

L’attenzione ai temi sociali e del lavoro è il perno attorno a cui è ruotata la “metamorfosi” del suo partito, il cui unico faro è stato per lunghi anni il legalitarismo. Cosa è cambiato?
In parte questa metamorfosi c’è stata: siamo passati da un partito nato con l’obiettivo di rilanciare il tema della legalità nel nostro paese – nel momento in cui Berlusconi e il berlusconismo stavano distruggendo la Costituzione, in particolare l’articolo 3 – ad un partito che vuole presentarsi come forza di governo e non solo di opposizione. Non vogliamo essere contemporaneamente l’uno e l’altro, come ha tentato di fare Rifondazione con Prodi e come sta accadendo adesso per la Lega: vogliamo proporre l’alternativa all’interno del centrosinistra e riteniamo che quest’alternativa passi per l’individuazione di alcune priorità. Una di queste è il lavoro. Ma ci sono anche l’ambiente, l’energia, l’economia. Rispetto alle origini la legalità non è più il perno del programma, ma un presupposto imprescindibile. L’Italia dei Valori, da un paio d’anni a questa parte, sta svolgendo un lavoro costante per progettare un’uscita dalle macerie del berlusconismo. Siamo ai colpi di coda di un regime che è una via di mezzo tra il drammatico – per i lavoratori, per l’ambiente, per l’economia – e il ridicolo – per il bunga bunga, le “olgettine” di turno e i baciamano con Gheddafi.

Appunto, Gheddafi. Che giudizio dà della crisi libica e dell’intervento militare?
L’Italia dei Valori si è astenuta sulla mozione del Pdl perché voleva vederci più chiaro sulle reali intenzioni che ci sono dietro. Abbiamo sempre detto che avremmo rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite, ma nei limiti delle stesse risoluzioni e non oltre i loro contenuti. Invece ci sono state violazioni, discrasie tra la lettera della risoluzione e le azioni concrete poste in essere dai governi, vi è stata una corsa in avanti rispetto al mandato Onu, senza copertura. Le Nazioni Unite hanno dato incarico ad una coalizione internazionale – e non ai “volenterosi” – di imporre la no-fly zone, senza che vi fosse un massacro della popolazione libica. Nei giorni scorsi si è fatto qualcosa di più, bombardando Tripoli, le postazioni della contraerea militare, e direttamente Gheddafi. Insomma, un’operazione militare di guerra per rovesciare un regime. Credo che per questo ci voglia un mandato specifico delle Nazioni Unite. E a questo punto non vedo perché puntare solo sulla Libia e trascurare gli altri stati totalitari. Non c’è nulla di più ipocrita di ciò che sta avvenendo in queste ore, e non solo nell’ambito del governo italiano. Fino a quando il piatto ricco si realizzava con Gheddafi al potere, si è chiuso un occhio, anzi due. Ora che il colonnello non serve più abbiamo trovato tanti piccoli La Russa che si sono buttati a fare il gioco della guerra.

Si alza il sipario su una tragedia e cala su un’altra. Già si parla meno del Giappone e del rischio nucleare. Il governo italiano lavora per disinnescare la mina del referendum, magari con l’escamotage di una moratoria…
Dobbiamo impedire che sui referendum venga messo il silenziatore. Le vicende della Libia hanno già fatto passare nel dimenticatoio il dramma dei morti in Giappone e la questione delle centrali nucleari. Tutti quelli che remano contro il referendum hanno interesse a che non se ne parli, che si arrivi in modo soft a quella consultazione elettorale per far saltare il quorum. Noi dobbiamo reagire a questo tentativo di mettere il bavaglio. Il mancato accorpamento con le elezioni di maggio, oltre all’enorme spreco di denaro pubblico, è stato un primo segnale. Ora temo che il governo abbia in mente qualche altro raggiro.

FONTE: http://www.antoniodipietro.it/

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mar
25

Berlusconi e Frattini, due conigli

Oggi sono intervenuto in Aula alla Camera sulla situazione che si è creata in Libia, questi il video e il testo del mio intervento.

Innanzitutto mi sia concesso deplorare l’assenza del presidente del Consiglio da questo incontro con il Parlamento. Piaccia o non piaccia, stiamo facendo un’azione di guerra. Chiamiamola pure “azione di pace”, ma è fatta con armi e bombe, e il fatto che il presidente del consiglio non senta il dovere di venire in Parlamento e assumersi la responsabilità davanti al Paese di quello che stiamo facendo dimostra che è un coniglio.

Ciò premesso, l’Italia dei valori si riconosce nella risoluzione 1973 dell’Onu perché per la prima volta, in un’azione di guerra effettiva, c’è stata una decisione dell’unico riferimento di governo mondiale che abbiamo. Se riconosciamo l’importanza dell’Onu, abbiamo il dovere di seguirne poi le disposizioni. Per la prima volta l’Onu ha deciso direttamente, e quindi c’è una legittimazione giuridica. Però c’è anche un compito circoscritto che l’Onu ha indicato: salvare vite umane. Questo e solo questo è il compito: non andare ad ammazzare Gheddafi oppure tifare per l’una o l’altra parte della popolazione. Noi dobbiamo tifare per tutta la popolazione, sia che sia pro Gheddafi o che sia contro Gheddafi. Nessuno deve essere ammazzato se non per salvare molte altre vite umane.

Che ci siano indubbie ragioni umanitarie per rendere obbligatorio l’intervento dell’Onu mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Ricordo cosa disse Gheddafi poche ore prima dell’intervento. Aveva deciso di distruggere una parte del suo popolo. Aveva scagliato i suoi soldati contro il suo popolo. Aveva ordinato loro di andare a massacrare Bengasi e una parte della Libia. Di fronte a tutto questo non si può retare a guardare. E’ vero che ci sono molti altri interessi, anche non confessabili, per cui si è voluto andare in Libia, ma senza dubbio le ragioni umanitarie c’erano e per questo c’è anche la legittimazione.

Qualcuno dirà, e anche noi lo diciamo, “ma allora perché non in Ruanda, cambogia, Yemen?”. La domanda è appunto questa: “Perché no?”. Ma non è che siccome non interveniamo mentre ammazzano da altre parti ciò rende legittimo l’ammazzare da questa parte! Il fatto che non si debba ammazzare da nessuna parte non giustifica il fatto che si debbano chiudere gli occhi sempre. Semmai bisogna aprirli anche per le altre regioni in cui ci sono situazioni di questo tipo.
Ma qual è il merito della risoluzione Onu? Ha stabilito che non bisogna permettere agli aerei di Gheddafi di andare a bombardare, che bisogna proteggere Bengasi e la popolazione, che bisogna intervenire anche con embargo e blocco dei beni, che bisogna stabilire un corridoio umanitario. Queste e solo queste sono le ragioni che hanno indotto noi forze dell’opposizione responsabili a sottoscrivere una risoluzione unitaria. Abbiamo ascoltato le accorate parole del capo dello Stato. Lui sì che ci ha messo la faccia, come avrebbe dovuto fare il presidente del Consiglio che invece, coniglio, è scappato.

Cosa chiediamo? Chiediamo un cessate il fuoco immediato. Chiediamo una mediazione politica immediata. Chiediamo una corte internazionale dell’Aja per Gheddafi. Ma non è che dobbiamo radere al suolo tutto ciò che è sua proprietà per sfogare i nostri istinti più barbari.
Nel governo regna la confusione. Mi permetto di evidenziare alcune anomalie. Maroni, ministro degli Interni: “Minaccia terrorismo”. Frattini, ministro degli Esteri: “In Italia nessun pericolo terrorismo”. Il cavaliere. “Sono stato informato poco e male”.

Potrei dilungarmi su questo tema molto di più. Certo è che il governo è passato da un eccesso all’altro. Soprattutto Berlusconi, che prima si è messo a fare il giullare, a fare il guascone, a giocare alle gheddafine e adesso dice che è un criminale. Prima non lo aveva visto. Berlusconi gioca con il suo ruolo. Non ha il senso della responsabilità del suo ruolo di presidente del Consiglio. Pensa che sia come stare nel sottoscala di Arcore a fare il Bunga Bunga, e questa è una cosa vergognosa.

Berlusconi ha scelto il cavallo sbagliato, ma anche Lei lo ha fatto, ministro Frattini. Lei, il 18 gennaio 2011, ha indicato Gheddafi come modello del riformismo arabo. Alla faccia del modello di rifomismo! Ma Lei fa il ministro degli Esteri o fa il giullare insieme a Berlusconi?

(Frattini esce dall’aula)

E lei, signor ministro, non fugga via! Si assuma le sue responsabilità! Il Paese deve sapere che mentre una forza dell’opposizione esprime in Parlamento le sue idee sul comportamento di questo governo, il presidente del Consiglio non c’è, il ministro degli Esteri Frattini, dopo averci recitato una poesia, se ne scappa via e il ministro della Difesa La Russa viene qui solo a ripetere pari pari il discorso fatto al Senato, scambiando i deputati per i senatori. Ecco qual è il rispetto che hanno del Parlamento questi signori del governo! Lo sappiano gli italiani: questo è un governo che non c’è, un governo che gioca con la pelle degli altri. E anche con la nostra.

Per questo noi chiediamo che il governo si assuma almeno una responsabilità: che non chieda ma pretenda dagli altri Paesi europei che i flussi migratori siano distribuiti equamente. Avremmo voluto dire al ministro Frattini, se non fosse scappato, anche lui come un coniglio dopo Berlusconi, che non deve giocare con i flussi migratori. Ci sono due flussi migratori: una cosa sono i profughi, altra cosa sono gli immigrati. Quindicimila immigrati in arrivo dalla Tunisia non devono essere usati per giustificare quel che accade a Lampedusa dicendo che sono profughi. E’ solo una furbata di questo governo che cerca di far passare in secondo piano quel che sta facendo in Libia.

Noi riteniamo che il trattato di amicizia fra Libia e Italia debba essere sospeso. Vede, ministro-Frattini-che-non-c’è-più, lei ha detto che a norma dell’art. 103 dell’Onu il Trattato non vale più. E’ vero. A norma dell’art. 103 non vale più, ma questo deve essere notificato. Deve essere presa una posizione diretta. Noi chiediamo che il Parlamento approvi una mozione che dica che noi sospendiamo la validità di questo Trattato con il governo libico.
Il fatto che voi non vogliate che ci sia una risoluzione con cui il Parlamento impegna il governo a notificare al governo libico che non vuole averci più niente a che fare dimostra una cosa sola: il recondito pensiero di mantenere con quel governo un filo per continuare, semmai Gheddafi dovesse rimanere al potere, a farci affari.

In tutti questi anni Berlusconi, sia da privato cittadino sia da rappresentante del governo, ha legittimato il criminale Gheddafi.
E proprio in relazione al fatto che sulla crisi libica non riesce ad avere una posizione unitaria, il governo, a nostro avviso, non ha più alcuna possibilità di restare davvero in carica. Prima va casa, meglio è.

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/berlusconi_e_frattini_due_coni.html

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mar
23

Libia: usciamo dall’ipocrisia

Che Gheddafi era ed è un dittatore non lo dovevamo scoprire oggi. Però non è stato solo Berlusconi a festeggiare Gheddafi. Prima di lui lo avevano fatto altri governanti italiani ed europei e americani. Con molta ipocrisia lo volevano fare diventare il rappresentante dei diritti civili. Usiamo dall’ipocrisia: siccome Gheddafi ha le materie prima a tutti faceva gola avere con lui un rapporto che riforniva di petrolio e altre materie prime.
Se la vera ragione di questo intervento militare fosse quella umanitaria, dovremmo intervenire, prima che in Libia e più che in Libia, in altri quaranta Paesi. La verità è che lì c’è una guerra civile. Il popolo è spaccato. Possiamo noi prendere posizione per l’uno o per l’altro? Qualcuno, come Chavez si è schierato con Gheddafi, qualcun altro ha preso posizione per gli insorti. Noi siamo riusciti a prendere posizione per tutti e per nessuno.
Così, comunque vada, il petrolio ce lo siamo giocato. Ce lo siamo giocato se vince Gheddafi, dopo lo scherzetto che gli abbiamo fatto. Avevamo firmato e pochi mesi fa ratificato un trattato con la Libia che diceva in modo chiaro che ciascuna parte si impegnava a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio per commettere tali atti: l’esatto contrario di quello che abbiamo fatto. Se invece vincono gli altri, già stanno gridando “Vive la France” e “Viva l’Inghilterra” e ce lo siamo giocati pure in quel caso. Comunque sia , noi siamo quelli a cui tocca la parte dei doveri e non quella dei dirittti.
Di chi è la colpa di questa situazione? Nell’immediatezza del governo italiano che non doveva sottoscrivere quel trattato, ma anche dei governi italiani precedenti che hanno ammiccato a non finire. Prendersela solo con Berlusconi a me può fare piacere, però non è giusto.
E adesso cosa si può fare? Prima di tutto usciamo fuori dall’ipocrisia e annulliamo quel trattato. Si può anche non annullarlo in Parlamento, ma bisogna almeno notificarlo alla parte interessata! Poi chiediamo che il governo venga a riferirci cosa ha fatto finora, mentre Berlusconi non vuole nemmeno venire di persona perché non sa che cosa dire.
Prendiamo il Frattini 1 e il Frattini 2. Era quello che diceva che la Libia e Gheddafi erano un punto di riferimento. Oggi dice l’esatto contrario. Berlusconi addirittura voleva convertire insieme a Gheddafi alla Jamarya 300 ragazze 60-90-60.
Insomma, noi ci rendiamo conto che in Libia c’è un popolo che sta essendo ammazzato, però anche la questione della no-fly zone bisogna vedere come viene interpretata. La norma, testualmente, autorizza gli Stati membri a prendere tutte le misure necessarie a proteggere i civili e le aree popolate dei civili sotto minaccia di attacchi della Jamarya. Ma in questa formula, “tutte le misure necessarie” ci sta tutto e il contrario di tutto. Se per difendere i civili ammazzo tutti gli altri nessuno li minaccia più.
L’Italia, insomma, non vince nessuna guerra, sia che vinca l’uno sia che vincano gli altri. L’Italia e tutte le potenze occidentali devono mettere la tregua e la trattaiva al primo posto. Devono creare un sistema di relazioni non solo per arrivare a un cessate il fuoco ma per trovare una soluzione politica piuttosto che alimentare la guerra.
Per quanto riguarda la politica interna italiana, c’è chi come il ministro Castelli dice che dall’altra parte non ci sono civili ma ribelli armati o che bisogna mandare osservatori come chiede Gheddafi a vedere se davvero lui uccide i civili. ma castelli è un ministro di questo governo e la Lega sostiene questo governo. La politica estera non è come il testamento biologico, dove si può invocare la libertà di coscienza. Se la politica estera spacca la coalizione, spacca la possibilità stessa di esistenza di questo governo.
Infine, l’Italia sta oggi facendo un lavoro incredibile per la coalizione, per la Francia, l’Inghilterra e quant’altri. Quindi oggi è in condizione di dire che in confini marittimi tra noi e la Libia sono i confini d’Europa. E allora man mano che le persone arrivano dall’Africa, non è che li si butta a mare, ma vanno direttamente nei vari paesi europei, un tanto per ciascun paese: cento a me, cento a te e altri cento a te. Questo è quello che bisogna fare, e questo bisognava porlo come condizione all’Onu.

FONTE: http://www.antoniodipietro.it/

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giu
16

La visita di Gheddafi

Pubblichiamo il bell’articolo di Daniele Postacchini sulla visita di Gheddafi a Roma.

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Tutti i media hanno riportato le notizie riguardanti la visita del leader Libico Muammar Gheddafi in Italia.
Si è parlato di conciliazione tra i due paesi, di colonialismo, di aiuto nella lotta all’immigrazione clandestina e quant’altro.
Anche la polemica sulla visita di un dittatore accolto a braccia aperte non è mancata. Addirittura qualcuno lo ha paragonato a Yasser Arafat, scordando il piccolo particolare che Arafat non è mai stato un dittatore.
Ma senza scendere ulteriormente in discorsi polemici, vorrei solamente sottoporre all’attenzione di tutti qualche ovvio quesito riguardante questo fatto.
La mia ignoranza nella materia mi impedisce di approfondire l’argomento con notizie complete ed esatte nei contenuti, ma in linea di massima mi è sembrato di capire che il nostro paese abbia riconosciuto alla Libia un congruo risarcimento per i danni causati dal colonialismo.
La prima curiosità nasce dal fatto che non ho mai sentito parlare di risarcimenti da parte di nazioni come la Francia, l’Inghilterra o la Spagna che hanno sicuramente colonizzato in larga scala mezzo mondo, con tutte le conseguenze per i poveri malcapitati di turno.
E sentire che il nostro paese si impegna ( tra le altre cose in un grave periodo di crisi ) a garantire questo risarcimento, mi lascia come minimo perplesso.
Comunque senza scomodare gli altri paesi colonizzatori, parliamo del nostro, e valutiamo oggettivamente cosa può portare il rapporto amichevole che si sta instaurando tra i nostri politici ed il colonnello Libico (e non con il popolo della Libia).
Di sicuro tante spese, guardando i notiziari mi sono scandalizzato dal vedere un dittatore in limousine con un seguito di centinaia di persone, tutto ovviamente a carico dei cattivoni di turno, e cioè noi colonizzatori.
Altrettanto sicuro è uno scontro politico, che porterà sicuramente via tempo e risorse a temi più interessanti ed attuali per il popolo Italiano.
Ma la cosa che più mi spaventa, è che questo accordo sta portando un’enorme cifra dalle nostre tasche a quelle del Leader Libico (non del popolo Libico) il quale avrà già pronto il suo piano d’investimento.
I più maliziosi penseranno che questi soldi finiranno nei vari paradisi fiscali in giro per il mondo, ma io voglio essere ottimista e pensare che il Colonnello, ci costruirà delle infrastrutture per il suo paese.
Purtroppo il mio ottimismo svanisce quando penso al termine “infrastrutture”, non so perché ma questa parola mi ricorda tanti personaggi che noi conosciamo bene, e che stanno avendo difficoltà a sfruttare ancora il nostro paese per fare ponti, buchi sulle montagne , autostrade a otto corsie o progetti ancora più costosi.
Se la Libia vorrà realizzare con questo risarcimento, qualche opera galattica o qualche reggia in più per Gheddafi, chi si aggiudicherà l’appalto miliardario? Un industriale Libico? Ho qualche dubbio a riguardo. E così che nella mia mente comincia a prendere forma il percorso che potranno fare i nostri soldi, un percorso che parte dalle tasche di tutti i nostri connazionali e come per magia, senza colpo ferire termina in quelle di pochi Italiani che non meritano di essere chiamati tali.
Queste sono solo supposizioni, perciò un consiglio spassionato che do a tutti è quello di interpretare la notizia con una chiave di lettura che noi Italiani oggi apprezziamo molto e cioè quella del gossip, perciò non pensiamo ai soldi che Gheddafi prenderà o avrà già preso, e freghiamocene di cosa ci farà, tanto noi non possiamo cambiare le cose. E guardiamo con invidia i suoi occhiali di marca, o la sua limousine bianca che fatica a girare per le strade di Roma. Questo ci potrà sicuramente aiutare ad affrontare la giornata di domani al lavoro che probabilmente non ci permetterà nemmeno di comperarli a rate i suoi occhiali. Ma siamo sinceri e diciamocela tutta, con la testa vuota dai pensieri e dalle preoccupazioni si vive più leggeri.

Con osservanza                                                                              Daniele Postacchini

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