Category Archive: Lettere e Commenti

mar
28

Una legge contro i giudici

La legge sulla responsabilità civile dei giudici è particolarmente subdola, perché traveste il suo obiettivo, che è semplicemente affibbiare una mazzata alla magistratura, dietro argomentazioni apparentemente ragionevoli e obiettive.
Oggi su “Repubblica” il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo ha smontato e sbugiardato una per una quelle argomentazioni false dimostrando così a che serve in realtà l’emendamento Pini sulla responsabilità dei giudici.
Credo che dare a questo articolo la massima divulgazione sia una cosa utile per tutti e soprattutto alla verità. Per questo ho deciso di pubblicarlo anche sul mio blog.

LA CATTIVA LEGGE CHE VUOLE PUNIRE LE TOGHE
di Giancarlo De Cataldo
(tratto da La Repubblica del 28/03/2011)

“Proviamo a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell’ormai famoso emendamento-Pini.
Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare. Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso. La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino.
Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria. Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice. Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria. Falso. Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano ‘di tasca propria’. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si puo’ rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni. Quanto alla seconda categoria di cittadini che ‘non pagano di tasca propria’, ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtu’ di un articolo della legge sul finanziamento, ‘rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave’. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, e’ lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica. Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della societa’, e godono di un regime particolare. I giudici no. Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l’errore giudiziario in se’. E infatti l’emendamento Pini introduce la categoria della ‘violazione manifesta del diritto’ come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di ‘manifesta violazione del diritto’ e’ un motivo di ricorso in Cassazione. L’ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all’interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d’altri tempi, la famosa funzione ‘nomofilattica’ della Cassazione. Qui l’emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l’abrogazione di un’altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilita’ per ‘l’attivita’ di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove’. Il diritto secondo l’on. Pini e’ mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l’uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati. Quinto argomento: l’ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall’Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d’Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l’adozione di formule vaghe e indeterminate come ‘negligenza grossolana’ e via dicendo. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un’interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che ‘la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilita’ dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non e’ in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell’interrogazione’.
Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perche’ i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo.
Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma e’ bene saperlo. Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c’e’ poco da opporre. Trent’anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c’e’ sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge”.

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/la_verita_sulla_responsabilita.html

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mar
28

La guerra nascosta

Con tutto il rispetto per i morti nella guerra di Libia, sembra che gli organi di informazione non vedessero l’ora di poter far passare in secondo o terzo piano il problema del nucleare giapponese.
Ve ne siete accorti? Da una settimana sembra che a Fukushima non stia succedendo più niente. San Gheddafi ha fatto la grazia e del nucleare meno se ne parla, meglio è. Ogni giorno leggiamo che da questo o quel reattore sta uscendo un po’ di fumo, una volta bianco, l’altra nero, e che volete che sia?
Intanto, il governo fa finta di averci ripensato con la trovata della moratoria di un anno e la lobby nuclearista è tornata all’attacco. Quasi sempre con una pubblicità subdola e nascosta, facendo parlare in televisione quasi chi è a favore del nucleare e solo qualche volta gli scienziati che sono contrari, anche se hanno vinto il Nobel come Rubia. Oppure con editoriali che ci spiegano come senza il nucleare tra pochi decenni moriremo tutti di freddo. Ce n’è uno anche oggi sul “Corriere della Sera”, firmato da Giovanni Sartori. Dice che in Giappone è successo quello che è successo per colpa del terremoto, dunque basta costruire le centrali in zone sismicamente sicure per stare tranquilli.
Peccato che zone tanto sicure non esistano, come concluse nel 2003 una commissione nominata dall’allora presidente americano Bush proprio per trovare da qualche parte del mondo posti dove si potessero costruire le centrali senza rischiare niente. Quelli tornarono alla Casa Bianca e dissero: “Ci dispiace tanto presidente, ma posti così non ce ne stanno”. E peccato pure che i terremoti siano uno dei principali fattori di rischio, ma non il solo. Che succede se un terrorista pazzo riesce a fare saltare una centrale nucleare, o se un dittatore messo alle strette decide di vendicarsi prendendo di mira le centrali nucleari?
L’idea che hanno in mente è chiara: fare finta che il peggio sia passato e che il governo stia studiando nuove misure di sicurezza a prova di tutto, e intanto bombardare i cittadini con pubblicità esplicite e occulte sperando così che il referendum non raggiunga il quorum. Dopo di che ricominceranno come prima e come se a Fukushima non fosse successo niente.
Poi però, capita che di colpo, come è successo oggi, ci tocchi leggere che in quella centrale il livello di radioattività è salito di dieci milioni di volte oltre il normale. proprio così. Non è un errore di stampa. Dieci milioni di volte! Vuol dire che in Giappone le cose non solo non stanno migliorando come ci fa credere il sistema dell’informazione ma sono al contrario molto più gravi di quanto non ci abbiano detto sinora e di quanto non ci dicano nemmeno oggi.
Ormai si parla di 25.000 morti complessivi e del fatto che gli esperti giapponesi temono effetti permanenti sull’ecosistema giapponese e mondiale. Ecco perché parlo di “guerra nascosta”. Perché quando si tratta di questa, che è una vera e propria guerra, la stampa internazionale si comporta in maniera non chiara, e le televisioni, specie quelle italiane, peggio. Nascondono informazioni che dovrebbero essere invece diffuse a tutti i cittadini in modo che possano decidere con piena coscienza di causa se questo rischio folle lo vogliono correre o no. Minimizzano i rischi, persino quando la catastrofe è già successa come a Fukushima. Non dicono mai che al nucleare ci sono alternative molto più sicure e molto meno costose.
Per questo non bisogna abbassare la guardia nemmeno di un centimetro. A giugno, col referendum, possiamo battere questa pazzia e cancellare l’incubo nucleare. Ci riusciremo se sapremo battere la disinformazione e i trucchi con cui questo governo cerca di convincere i cittadini a fregarsene e a non andare a votare per niente. Ma quando in ballo c’è la vita nostra e dei nostri figli fregarsene è un delitto

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/la_guerra_nascosta.html

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mar
28

I referendum del buon senso

“Dar da bere agli assetati”, ha detto Gesù Cristo. Non ha mica aggiunto “soltanto se hanno i soldi per pagarsela”. Non è Marx a insegnarci che l’acqua è il primo bene comune e che farla diventare una fonte di profitto è una bestemmia. E’ il Vangelo. E per chi non è né marxista né credente, basta il semplice buon senso. Due cose appartengono a tutti e non si possono mai trasformare in proprietà privata di qualcuno: l’aria e l’acqua. Perché l’aria e l’acqua sono la vita e la vita non può essere venduta a qualche imprenditore privato.

I furboni che pensano di arricchirsi o di fare arricchire qualche cliente con la privatizzazione dell’acqua dicono che nessuno mette in discussione il fatto che l’acqua sia un bene pubblico. E’ solo la gestione che diventerà privata. Bella presa per i fondelli! Sai che me ne faccio dell’acqua pubblica se quando apro i rubinetti non scende niente perché non ho pagato la bolletta ai privati che si occupano della gestione.

Queste sono le solite bugie. La verità è che vogliono fare diventare l’acqua un bene privato con cui qualcuno si arricchirà e qualcun altro dovrà sudare per comprarsi quello che è sempre stato un diritto inalienabile di tutti i cittadini e di tutte le persone al mondo.
Oggi pomeriggio l’Italia dei Valori sarà a Roma a manifestare per il sì ai due referendum che vogliono impedire di privatizzare l’acqua e a quello che vuole difendere l’aria dall’inquinamento nucleare. Noi dell’Italia dei valori abbiamo raccolto le firme per quest’ultimo, il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica per i primi due, ma la battaglia è la stessa. Perché gratta gratta anche dietro alla decisione assurda di riportare il nucleare in Italia ci sono soldi. Tanti, tantissimi soldi.

L’energia nucleare, oltre a essere pericolosissima, costa tanto e rende poco. Se guardiamo le cose dal punto di vista del Paese, riaprire le centrali ora che tutti le stanno chiudendo e lo stesso governo tedesco dice che bisogna eliminarle al più presto è la scelta più suicida che ci sia. Ma dal punto di vista dei pochi privati che ci si riempirebbero le tasche è vero il contrario. Per loro sarebbe un affare d’oro. Però solo per loro.

Questo governo, a parte difendere il presidente del consiglio dalla giustizia, non fa quasi niente. Ma quel poco che fa lo fa nell’interesse di pochi e a danno di moltissimi. E’ un governo che vuole arricchire qualche amico, alleato e cliente facendo dell’acqua una proprietà privata e imponendo al Paese una scelta disastrosa e avvelenata come il nucleare. Già solo per questo dovrebbe andarsene a casa al più presto.

Ma siccome non lo farà dovremo essere noi, i cittadini, la democrazia, a impedirgli di realizzare questi progetti scellerati votando sì ai referendum del 12 e 13 giugno: due sì per l’acqua, uno contro il nucleare, e l’ultimo per liberarci di chi l’acqua e l’aria vuole togliercele.

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/i_referendum_del_buon_senso.html

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mar
26

Nucleare, Giappone: situazione imprevedibile

Il Giappone sta vivendo un incubo senza fine. Un incubo nucleare. Sembra infatti destinata ad aggravarsi la situazione nella centrale di Fukushima, colpita dal sisma e poi dallo tsunami dell’11 marzo scorso. Il premier, Naoto Kan l’ha definita “imprevedibile”, e anche i dati dell’Agenzia giapponese per la sicurezza nucleare sui livelli di radiazione nelle regioni limitrofe, fanno temere il peggio. Tanto che il livello della gravità dell’incidente potrebbe essere portato da 5 a 6 (su una scala di 7). Non bastasse, il gestore Tepco ha comunicato che la vasca contenente le barre di combustibile nel reattore3 potrebbe essere danneggiata.

Una situazione, quella giapponese, costantemente monitorata in tutto il mondo. In particolare in Italia, dove il dibattito sul ritorno all’energia atomica è più che mai vivo grazie al referendum promosso dall’Italia dei valori, che si terrà il 12 e 13 giugno insieme con i quesiti su legittimo impedimento e acqua.

Sul dramma del Giappone è intervenuto anche Paolo Brutti, responsabile Ambiente dell’Idv: “L’incidente di Fukushima – ha dichiarato – sta drammaticamente raggiungendo la gravità di quello accaduto a Chernobyl”. “A Chernobyl le barre di assorbimento dei neutroni presero fuoco scatenando l’incendio e la successiva esplosione – afferma Brutti -. In Giappone non c’è stata ancora deflagrazione ma i livelli di radioattività delle vasche intorno alla centrale (10 mila volte superiori alla norma) avvalorano le parole del presidente giapponese Naoto Kan, ovvero che la situazione è ormai fuori controllo. Nessuno, prima di oggi, ha affrontato un incidente nucleare con queste caratteristiche, con un rilascio di radioattività sempre più intensa ogni giorno che passa e pesanti incognite sul futuro dell’interno Giappone. Sembra impossibile – conclude Brutti – che di fronte a una tale sciagura il governo si ostini ad avvalorare la tecnologia nucleare, ammantandola per giunta di pragmatismo scientifico. Fortunatamente il Giappone non ha al governo Berlusconi. E fortunatamente – ha concluso Brutti – gli italiani hanno il referendum”.

FONTE: http://www.italiadeivalori.it/home/faqs/centrali-nucleari/3159-nucleare-giappone-situazione-imprevedibile-

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mar
25

Mago Minzolini fa sparire Di Pietro dal Tg1

Berlusconi l’aveva detto: non voglio più vedere Di Pietro al Tg1. Accadeva nel settembre del 2009, quando nelle intercettazioni disposte dalla procura di Trani un poco controllato Cavaliere si sfogava al telefono con il direttore generale della Rai, Mauro Masi e con Augusto Minzolini, direttore del principale telegiornale italiano.

Detto fatto, da quel momento scatta l’ostracismo mediatico ai danni dell’Italia dei valori e per due mesi cala il silenzio su tutte le sue iniziative, compreso l’importante Incontro Nazionale che ogni anno il partito tiene a Vasto.

Antonio Di Pietro reagisce con l’unico mezzo che conosce un uomo che ha fatto del diritto e del rispetto delle leggi il suo faro, da magistrato e da politico: presenta un esposto che costringe Minzolini e soci a rompere la censura nei confronti dell’Idv.

Non dura molto. Si sa, l’Italia dei valori ha il vizio della legalità e, il 7 marzo di quest’anno, prendendo spunto da alcuni articoli de ‘Il Fatto Quotidiano’, presenta un esposto alla Procura della Repubblica di Roma nel quale denuncia “le spese improprie e ingenti effettuate dal direttore del Tg1, Augusto Minzolini, con la carta di credito aziendale e avallate da Mauro Masi”. Nella denuncia si sottolinea proprio quest’ultimo aspetto: “E’ piuttosto singolare – si legge – che il direttore generale della Rai, invece di segnalare l’anomalia all’autorità giudiziaria abbia ritenuto impeccabile il comportamento di Minzolini, che in 14 mesi, ha speso circa 86.000 euro con la carta aziendale per pranzi, cene e viaggi all’estero, da solo o in compagnia di un’amica, anche quando risultava in ferie o presente a Saxa Rubra. Consideriamo che tali comportamenti possano avere rilevanza penale e che si possa configurare il reato di peculato”. E ancora: “Nella qualità di utenti del servizio pubblico Rai, in regola con il pagamento del relativo canone, abbiamo chiesto all’Autorità giudiziaria di voler accertare la veridicità dei fatti e di procedere per tutti quei reati che potranno essere eventualmente ravvisati. Nella qualità di abbonati al servizio pubblico Rai – nel caso fossero accertati reati – risulteremmo parte offesa, pertanto abbiamo chiesto di essere avvisati circa l’esito delle indagini, riservandoci, fin d’ora, la costituzione di parte civile nel caso si dovesse iniziare l’azione penale”.

A questo esposto è seguita, da parte della Procura di Roma, l’apertura di un’indagine, ma anche la ritorsione del Tg1 che ha ripreso a censurare l’Italia dei valori, come e più di prima: la grande manifestazione del 19 marzo a piazza Navona, per il lancio della campagna referendaria su nucleare, legittimo impedimento e acqua, è stata completamente oscurata e chi segue il tg di Minzolini può agevolmente verificare che degli esponenti Idv non si sentono più le voci, ma vanno in onda poche immagini montate ad arte per strumentalizzare, stravolgere, cambiare la realtà in modo da promuovere l’operato del Governo.

Una situazione scandalosa, denunciata con amarezza anche dal portavoce dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando, che ne ha parlato come di “un vero schiaffo al pluralismo e ai telespettatori che pagano il canone e hanno il diritto di essere informati correttamente”. “Ci batteremo – ha promesso Orlando – per ristabilire un minimo di credibilità nel principale tg del servizio pubblico e per questo porteremo il caso in tutte le sedi competenti”.

A dimostrazione di quanto sia fondato l’allarme lanciato dall’Idv, ieri sono arrivate le dure critiche da parte del comitato di redazione uscente del Tg1, formato da Alessandra Mancuso, Alessandro Gaeta e Claudio Pistola, che ha presentato un libro bianco che sarà consegnato il 6 aprile ai vertici aziendali. Il documento, parla della testata ammiraglia della Rai, come di “uno strumento della propaganda berlusconiana, basato su raffinate tecniche di disinformazione”, e raccoglie decine di casi che per l’organismo sindacale dimostrerebbero la faziosità del direttore Minzolini.

FONTE: http://www.italiadeivalori.it/disinformazione/3126-mago-minzolini-fa-sparire-di-pietro-dal-tg1-

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mar
25

Siamo il pilastro dell’alternativa

Ecco la mia intervista pubblicata questa settimana su Gli Altri.

«Ma quale comunista! Sono cose che diceva Gesù e sono scritte nel Vangelo». Accostamento ardito, e un po’ blasfemo. Peraltro il Messia scacciò i mercanti dal tempio, Antonio Di Pietro s’accontenterebbe di cacciare i “pirati” dal mercato. Dove per “mercato” s’intende quello dell’economia, che il leader dell’Italia dei Valori certo non rinnega, ma neppure beatifica. E per “pirati” i capitani d’industria che sfruttano e delocalizzano, celando le proprie malevole intenzioni dietro il paravento della recessione globale. Stato sociale, diritti e beni universali. Se è giusto come è giusto – nel marasma dei dissesti planetari – non perdere di vista l’ombelico della nostra misera Italia, allora da lì bisogna partire, da una ricetta per «uscire dalla crisi». Un pacchetto di riforme per un nuovo welfare, che faccia rifiatare le imprese e restituisca dignità al lavoro. Da questa «battaglia di civiltà», insieme alla campagna referendaria contro il nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento, passa la costruzione dell’alternativa al berlusconismo, che il leader dell’Italia dei Valori immagina interna al perimetro del centrosinistra, in un recinto schiettamente bipolare. Unico problema: l’ostracismo del Pd: «Ci snobbano, ci mettono all’angolo. Vorrebbero fare a meno di noi, salvo poi accorgersi che portiamo avanti programmi ragionevoli e condivisibili».

Onorevole, gli attriti col Pd non fanno più notizia. Cos’è che non funziona nei rapporti con i dirigenti democratici?
Con il Partito Democratico vi è purtroppo un rapporto ancora limitato ad esigenze “numeriche” più che programmatiche. Questo perché nel Pd le troppe anime che vi convivono non riescono a trovare un punto di incontro su molti temi dell’agenda politica, fra cui lavoro, economia, ambiente ed energia. Soltanto poche settimane fa il Pd osteggiava i tre referendum sostenuti dall’Italia dei Valori, dicendo che avrebbero aiutato Berlusconi. Oggi invece prendo atto che li hanno fatti propri. Ma è un’intestazione fittizia a scopo di lucro elettorale.

“Dare da bere agli assetati…”. In piazza ha citato il Vangelo. Ma sull’acqua pubblica il Pd prende tempo. Bersani è un cattivo cristiano?
Che le devo dire, i problemi del Pd sono conosciuti, mentre le soluzioni non sono conoscibili. Ma non spetta a me intervenire sui loro distinguo. Quello che posso confermarle è che l’Italia dei Valori si muove all’interno di un recinto bipolare e dentro il bipolarismo intende costruire un programma alternativo a Berlusconi. Bisogna salire un gradino alla volta, non avere fretta di fare il passo più lungo della gamba e accontentarsi di partire dal minimo comune denominatore dell’alleanza. Mi lasci dire però che il nostro partito è mal tollerato. A differenza di quanto avviene nella maggioranza, dove la Lega è vissuta come anomalia ma viene coccolata, l’Idv nel centrosinistra viene letteralmente bistrattata. C’è nei nostri confronti un ostracismo continuo e credo sarebbero molto più contenti se non ci fossimo, perché siamo la coscienza critica su alcune politiche ambigue e su alcuni comportamenti poco chiari a livello territoriale. Ma recriminare serve a poco, l’Italia dei valori deve consolidare la propria forza soprattutto nell’elettorato. Alla fine contano i numeri: più siamo forti più possiamo far pesare le nostre idee nell’elaborazione di linee programmatiche all’interno del centrosinistra.

Quando allude a “politiche ambigue” e “comportamenti poco chiari” sul territorio viene in mente il caso di Napoli.
Io penso semplicemente che la candidatura di Luigi De Magistris possa essere più forte e vincente rispetto a quella indicata in extremis dal Pd. Noi siamo stati limpidi nella nostra proposta: essendo venuta a mancare, attraverso il caso delle primarie, l’individuazione del candidato comune, abbiamo sentito il dovere di avanzare una nostra candidatura, non di bandiera e non di facciata, che potesse rappresentare un esempio di buona amministrazione, all’insegna della discontinuità. E con ottime chances di risultare vincente. Ma abbiamo anche detto sin d’ora che siamo pronti ad appoggiare l’altro candidato al ballottaggio, se dovesse prevalere: lasciamo agli elettori, al primo turno, decidere quale sia la scelta migliore. Come vede anche in questo caso la nostra posizione è stata male interpretata in nome di quel risentito ostracismo cui accennavo prima.

Anche Sel ha fatto lo sgambetto a De Magistris. Nella consultazione interna la maggioranza degli iscritti vendoliani ha scelto il candidato del Pd…
Non lo considero affatto uno sgambetto. È una decisione democraticamente assunta, che noi rispettiamo, ma che non ha implicazioni definitive: rimettiamo agli elettori di Sel una valutazione più complessiva e più concreta al momento del voto. In ogni caso il nostro impegno è fare una campagna non contro un pezzo del centrosinistra, ma in alternativa al centrodestra. Siamo sicuri che al secondo turno troveremo un punto di incontro.

Nei suoi riguardi, lo ha fatto capire prima, non sono così premurosi. Nelle due uniche realtà in cui l’Idv ha avanzato una candidatura autonoma, Napoli e Campobasso, il Pd ha alzato barricate.
Spero che alla provincia di Campobasso si possa ancora raggiungere un accordo, ma quel che è successo lì è paradossale. Pensi che l’Idv ha il doppio dei voti del Pd. Abbiamo proposto la candidatura del massimo responsabile del partito, mentre il Pd non è riuscito ad avanzare nessuna alternativa propria e si è appellato a una consulente del governatore del Molise Iorio, di centrodestra. Questa signora è venuta a casa mia a Montenero di Bisaccia a propormi riservatamente di rompere la coalizione, di appoggiare lei in contrasto col Pd e in accordo con il Terzo Polo. Le ho detto testuali parole: “Non posso rompere la coalizione, non posso tradire il mio impegno col Pd”. Per tutta risposta lei è andata dai dirigenti democratici e ha realizzato l’accordo contro di me, nonostante io abbia avvisato il segretario Bersani senza ricevere alcuna risposta. Credo che questo episodio, al di là del comportamento discutibile e interessato del soggetto in questione, sia abbastanza paradigmatico. Pur di farmi un dispetto sono caduti nella trappola. Un comportamento deplorevole, ma mi auguro che questa posizione rientri.

Non c’è solo la partita delle amministrative. Su alcuni temi, in particolare sul mercato del lavoro, nel centrosinistra ci sono sensibilità differenti. Brucia ancora la lacerazione sul caso Fiat?
Noi chiediamo al Pd di iniziare un confronto programmatico su questo capitolo fondamentale, ribadendo la posizione di principio dell’Idv: no allo scontro lavoratori-impresa, perché ognuno dei soggetti di questo rapporto è essenziale per la vita dell’altro. Non si può chiedere alle imprese di lavorare in perdita, altrimenti chiudono baracca e se ne vanno; non si può chiedere al lavoratore di diventare un moderno schiavo. Per questo servono politiche per il lavoro e politiche fiscali. La peggiore anomalia del terzo millennio è la falsa interpretazione del concetto di flessibilità. La flessibilità può essere un valore aggiunto solo laddove si presenti come reale opportunità per chi la pratica, non se la si subisce “obtorto collo”. Oggi quattro lavoratori su cinque sono costretti a cercarsi un nuovo impiego: in molti casi si tratta di un escamotage del sistema dell’impresa per avere la mano libera sui dipendenti, sbarazzandosene come fossero spazzatura, merce usa e getta. Per questo noi abbiamo fatto una proposta che prevede la flessibilità come opportunità ma non come forca caudina: deve essere un’esperienza a termine che porti a un risultato positivo e non alla fine del lavoro. Ho parlato con il personale della nuova compagnia aerea Cai, mi hanno detto che l’azienda prende tutti a contratti a termine e poco prima della fine dell’ultima proroga utile, ossia i trentasei mesi, anziché stabilizzare il lavoro assume altro personale a termine. Ecco quindi che vi è un abuso della ratio della norma per interessi personali.

Nel libro curato insieme al responsabile lavoro Maurizio Zipponi (gratis con “Gli Altri” la prossima settimana, ndr) emerge il ritratto di un’Italia in ginocchio: imprese che soffrono ma anche imprese che fuggono, che approfittano del paravento della crisi per fare “macelleria sociale”. Come si tampona l’emorragia?
Noi riteniamo che bisogna fare un salto di qualità nella difesa dello stato sociale, del lavoratore e dell’impresa in difficoltà, e che si passi dall’attuale ricorso indistinto alla cassa integrazione guadagni ai contratti di solidarietà. Allo Stato costa la stessa cifra, mentre l’azienda può mantenere il suo know how e il proprio bacino di maestranze e il lavoratore, a parità di retribuzione, può avere la speranza di una soluzione positiva e non di un’agonia a perdere, come accade con la cassa integrazione. Per quanto riguarda il sistema dell’impresa bisogna abbattere i due grandi mostri, l’inequità fiscale e l’evasione fiscale, che rendono impossibile una leale concorrenza. È proprio la sopravvivenza di oligopoli che genere la diseconomia del sistema e una sostanziale disuguaglianza. La nostra proposta è riassumibile nel 20-20-20: far salire al 20% la tassazione della rendita finanziaria, ridurre al 20% la tassazione sui redditi da lavoro e aumentare del 20% gli stipendi nel giro dei prossimi tre-quattro anni.

Le daranno del pazzo bolscevico.
Sia chiaro: io sono per la libera concorrenza, ma uno Stato che si definisce civile non può avallare la legge del più forte.

L’attenzione ai temi sociali e del lavoro è il perno attorno a cui è ruotata la “metamorfosi” del suo partito, il cui unico faro è stato per lunghi anni il legalitarismo. Cosa è cambiato?
In parte questa metamorfosi c’è stata: siamo passati da un partito nato con l’obiettivo di rilanciare il tema della legalità nel nostro paese – nel momento in cui Berlusconi e il berlusconismo stavano distruggendo la Costituzione, in particolare l’articolo 3 – ad un partito che vuole presentarsi come forza di governo e non solo di opposizione. Non vogliamo essere contemporaneamente l’uno e l’altro, come ha tentato di fare Rifondazione con Prodi e come sta accadendo adesso per la Lega: vogliamo proporre l’alternativa all’interno del centrosinistra e riteniamo che quest’alternativa passi per l’individuazione di alcune priorità. Una di queste è il lavoro. Ma ci sono anche l’ambiente, l’energia, l’economia. Rispetto alle origini la legalità non è più il perno del programma, ma un presupposto imprescindibile. L’Italia dei Valori, da un paio d’anni a questa parte, sta svolgendo un lavoro costante per progettare un’uscita dalle macerie del berlusconismo. Siamo ai colpi di coda di un regime che è una via di mezzo tra il drammatico – per i lavoratori, per l’ambiente, per l’economia – e il ridicolo – per il bunga bunga, le “olgettine” di turno e i baciamano con Gheddafi.

Appunto, Gheddafi. Che giudizio dà della crisi libica e dell’intervento militare?
L’Italia dei Valori si è astenuta sulla mozione del Pdl perché voleva vederci più chiaro sulle reali intenzioni che ci sono dietro. Abbiamo sempre detto che avremmo rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite, ma nei limiti delle stesse risoluzioni e non oltre i loro contenuti. Invece ci sono state violazioni, discrasie tra la lettera della risoluzione e le azioni concrete poste in essere dai governi, vi è stata una corsa in avanti rispetto al mandato Onu, senza copertura. Le Nazioni Unite hanno dato incarico ad una coalizione internazionale – e non ai “volenterosi” – di imporre la no-fly zone, senza che vi fosse un massacro della popolazione libica. Nei giorni scorsi si è fatto qualcosa di più, bombardando Tripoli, le postazioni della contraerea militare, e direttamente Gheddafi. Insomma, un’operazione militare di guerra per rovesciare un regime. Credo che per questo ci voglia un mandato specifico delle Nazioni Unite. E a questo punto non vedo perché puntare solo sulla Libia e trascurare gli altri stati totalitari. Non c’è nulla di più ipocrita di ciò che sta avvenendo in queste ore, e non solo nell’ambito del governo italiano. Fino a quando il piatto ricco si realizzava con Gheddafi al potere, si è chiuso un occhio, anzi due. Ora che il colonnello non serve più abbiamo trovato tanti piccoli La Russa che si sono buttati a fare il gioco della guerra.

Si alza il sipario su una tragedia e cala su un’altra. Già si parla meno del Giappone e del rischio nucleare. Il governo italiano lavora per disinnescare la mina del referendum, magari con l’escamotage di una moratoria…
Dobbiamo impedire che sui referendum venga messo il silenziatore. Le vicende della Libia hanno già fatto passare nel dimenticatoio il dramma dei morti in Giappone e la questione delle centrali nucleari. Tutti quelli che remano contro il referendum hanno interesse a che non se ne parli, che si arrivi in modo soft a quella consultazione elettorale per far saltare il quorum. Noi dobbiamo reagire a questo tentativo di mettere il bavaglio. Il mancato accorpamento con le elezioni di maggio, oltre all’enorme spreco di denaro pubblico, è stato un primo segnale. Ora temo che il governo abbia in mente qualche altro raggiro.

FONTE: http://www.antoniodipietro.it/

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mar
25

Berlusconi e Frattini, due conigli

Oggi sono intervenuto in Aula alla Camera sulla situazione che si è creata in Libia, questi il video e il testo del mio intervento.

Innanzitutto mi sia concesso deplorare l’assenza del presidente del Consiglio da questo incontro con il Parlamento. Piaccia o non piaccia, stiamo facendo un’azione di guerra. Chiamiamola pure “azione di pace”, ma è fatta con armi e bombe, e il fatto che il presidente del consiglio non senta il dovere di venire in Parlamento e assumersi la responsabilità davanti al Paese di quello che stiamo facendo dimostra che è un coniglio.

Ciò premesso, l’Italia dei valori si riconosce nella risoluzione 1973 dell’Onu perché per la prima volta, in un’azione di guerra effettiva, c’è stata una decisione dell’unico riferimento di governo mondiale che abbiamo. Se riconosciamo l’importanza dell’Onu, abbiamo il dovere di seguirne poi le disposizioni. Per la prima volta l’Onu ha deciso direttamente, e quindi c’è una legittimazione giuridica. Però c’è anche un compito circoscritto che l’Onu ha indicato: salvare vite umane. Questo e solo questo è il compito: non andare ad ammazzare Gheddafi oppure tifare per l’una o l’altra parte della popolazione. Noi dobbiamo tifare per tutta la popolazione, sia che sia pro Gheddafi o che sia contro Gheddafi. Nessuno deve essere ammazzato se non per salvare molte altre vite umane.

Che ci siano indubbie ragioni umanitarie per rendere obbligatorio l’intervento dell’Onu mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Ricordo cosa disse Gheddafi poche ore prima dell’intervento. Aveva deciso di distruggere una parte del suo popolo. Aveva scagliato i suoi soldati contro il suo popolo. Aveva ordinato loro di andare a massacrare Bengasi e una parte della Libia. Di fronte a tutto questo non si può retare a guardare. E’ vero che ci sono molti altri interessi, anche non confessabili, per cui si è voluto andare in Libia, ma senza dubbio le ragioni umanitarie c’erano e per questo c’è anche la legittimazione.

Qualcuno dirà, e anche noi lo diciamo, “ma allora perché non in Ruanda, cambogia, Yemen?”. La domanda è appunto questa: “Perché no?”. Ma non è che siccome non interveniamo mentre ammazzano da altre parti ciò rende legittimo l’ammazzare da questa parte! Il fatto che non si debba ammazzare da nessuna parte non giustifica il fatto che si debbano chiudere gli occhi sempre. Semmai bisogna aprirli anche per le altre regioni in cui ci sono situazioni di questo tipo.
Ma qual è il merito della risoluzione Onu? Ha stabilito che non bisogna permettere agli aerei di Gheddafi di andare a bombardare, che bisogna proteggere Bengasi e la popolazione, che bisogna intervenire anche con embargo e blocco dei beni, che bisogna stabilire un corridoio umanitario. Queste e solo queste sono le ragioni che hanno indotto noi forze dell’opposizione responsabili a sottoscrivere una risoluzione unitaria. Abbiamo ascoltato le accorate parole del capo dello Stato. Lui sì che ci ha messo la faccia, come avrebbe dovuto fare il presidente del Consiglio che invece, coniglio, è scappato.

Cosa chiediamo? Chiediamo un cessate il fuoco immediato. Chiediamo una mediazione politica immediata. Chiediamo una corte internazionale dell’Aja per Gheddafi. Ma non è che dobbiamo radere al suolo tutto ciò che è sua proprietà per sfogare i nostri istinti più barbari.
Nel governo regna la confusione. Mi permetto di evidenziare alcune anomalie. Maroni, ministro degli Interni: “Minaccia terrorismo”. Frattini, ministro degli Esteri: “In Italia nessun pericolo terrorismo”. Il cavaliere. “Sono stato informato poco e male”.

Potrei dilungarmi su questo tema molto di più. Certo è che il governo è passato da un eccesso all’altro. Soprattutto Berlusconi, che prima si è messo a fare il giullare, a fare il guascone, a giocare alle gheddafine e adesso dice che è un criminale. Prima non lo aveva visto. Berlusconi gioca con il suo ruolo. Non ha il senso della responsabilità del suo ruolo di presidente del Consiglio. Pensa che sia come stare nel sottoscala di Arcore a fare il Bunga Bunga, e questa è una cosa vergognosa.

Berlusconi ha scelto il cavallo sbagliato, ma anche Lei lo ha fatto, ministro Frattini. Lei, il 18 gennaio 2011, ha indicato Gheddafi come modello del riformismo arabo. Alla faccia del modello di rifomismo! Ma Lei fa il ministro degli Esteri o fa il giullare insieme a Berlusconi?

(Frattini esce dall’aula)

E lei, signor ministro, non fugga via! Si assuma le sue responsabilità! Il Paese deve sapere che mentre una forza dell’opposizione esprime in Parlamento le sue idee sul comportamento di questo governo, il presidente del Consiglio non c’è, il ministro degli Esteri Frattini, dopo averci recitato una poesia, se ne scappa via e il ministro della Difesa La Russa viene qui solo a ripetere pari pari il discorso fatto al Senato, scambiando i deputati per i senatori. Ecco qual è il rispetto che hanno del Parlamento questi signori del governo! Lo sappiano gli italiani: questo è un governo che non c’è, un governo che gioca con la pelle degli altri. E anche con la nostra.

Per questo noi chiediamo che il governo si assuma almeno una responsabilità: che non chieda ma pretenda dagli altri Paesi europei che i flussi migratori siano distribuiti equamente. Avremmo voluto dire al ministro Frattini, se non fosse scappato, anche lui come un coniglio dopo Berlusconi, che non deve giocare con i flussi migratori. Ci sono due flussi migratori: una cosa sono i profughi, altra cosa sono gli immigrati. Quindicimila immigrati in arrivo dalla Tunisia non devono essere usati per giustificare quel che accade a Lampedusa dicendo che sono profughi. E’ solo una furbata di questo governo che cerca di far passare in secondo piano quel che sta facendo in Libia.

Noi riteniamo che il trattato di amicizia fra Libia e Italia debba essere sospeso. Vede, ministro-Frattini-che-non-c’è-più, lei ha detto che a norma dell’art. 103 dell’Onu il Trattato non vale più. E’ vero. A norma dell’art. 103 non vale più, ma questo deve essere notificato. Deve essere presa una posizione diretta. Noi chiediamo che il Parlamento approvi una mozione che dica che noi sospendiamo la validità di questo Trattato con il governo libico.
Il fatto che voi non vogliate che ci sia una risoluzione con cui il Parlamento impegna il governo a notificare al governo libico che non vuole averci più niente a che fare dimostra una cosa sola: il recondito pensiero di mantenere con quel governo un filo per continuare, semmai Gheddafi dovesse rimanere al potere, a farci affari.

In tutti questi anni Berlusconi, sia da privato cittadino sia da rappresentante del governo, ha legittimato il criminale Gheddafi.
E proprio in relazione al fatto che sulla crisi libica non riesce ad avere una posizione unitaria, il governo, a nostro avviso, non ha più alcuna possibilità di restare davvero in carica. Prima va casa, meglio è.

FONTE: http://www.antoniodipietro.com/2011/03/berlusconi_e_frattini_due_coni.html

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mar
24

Romano nominato Ministro: a che servono le riserve di Napolitano!

Quando è stato reso noto che Berlusconi era salito al colle per il “rimpastino di governo” ed ho capito che probabilmente i giochi erano fatti ho ritenuto doveroso emettere il seguente comunicato stampa:
GOVERNO: BORGHESI (IDV), ROMANO MINISTRO? INDAGATI O NON LI VOGLIONO
“Romano ministro? Almeno Berlusconi la smetta di forzare la mano al Presidente della Repubblica e abbia il pudore di aspettare la decisione del gip, dal momento che, secondo informazioni di stampa, l’aspirante ministro dell’agricoltura sarebbe coinvolto in un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa”. Lo dice in una nota Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera.
“Della serie – aggiunge Borghesi – se non sono indagati non li vogliamo. Questo governo ha davvero toccato il fondo”
Naturalmente Romano è stato nominato “Ministro” delle Politiche Agricole, ma –dicono le cronache- il presidente della Repubblica non ha mancato di manifestare le sue perplessità per le “pesanti ombre giudiziarie”che gravano sull’esponente dei Reponsabili. Nonostante questo, davanti alle sempre più pressanti richieste di Iniziativa Responsabile, fondamentale per la sopravvivenza dell’esecutivo, Berlusconi ha dovuto andare avanti comunque. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha reso pubblica una nota in cui si dice che “Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell’onorevole Romano a ministro dell’Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”. “A seguito della odierna formalizzazione della proposta da parte del presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego. Egli ha in pari tempo auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”.
Come è noto Saverio Romano è cresciuto all’ombra di due big della Dc siciliana: Calogero Mannino, che fu un potente ministro proprio dell’Agricoltura, e l’ex governatore Salvatore “Totò” Cuffaro. Il primo entrato e uscito solo alla fine del 2008 da un lunghissimo processo per concorso esterno. Il secondo condannato definitivamente per favoreggiamento a Cosa Nostra a fine gennaio, e ora in carcere a Rebibbia per scontare una pena di sette anni. L’indagine su Romano per concorso esterno in associazione mafiosa nasce dalle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, secondo il quale Romano sarebbe stato votato e a disposizione dei boss di Villabate. Archiviata una prima volta nel 2005, era stata riaperta dalla Procura per il sorgere di nuovi elementi. Il giudice ha fissato per il primo aprile l’udienza in cui ascolterà le parti: il pm Nino Di Matteo e il legale dell’indagato, l’avvocato Inzerillo. Qualora lo richiedesse, potrebbe comparire davanti al gip per essere sentito lo stesso Romano. Nel corso dell’udienza il magistrato potrebbe indicare agli inquirenti di approfondire alcuni elementi dando ai pm un termine o archiviare.
Per altro sul nuovo ministro pende un’altra indagine per corruzione aggravata dall’avere agevolato Cosa Nostra: ad accusarlo è Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in stretti rapporti con Provenzano) che dice di avergli pagato tangenti per 50 mila euro.
Personalmente sono negativamente colpito dall’atteggiamento del Presidente Napolitano. Cosa significa esprimere perlplessità per “pesanti ombre giudiziarie” che gravano su Romano? Non glielo ha ordinato il medico di porre la sua firma in calce all’atto di nomina! Posto che l’udienza è fissata tra pochi giorni perché non attendere? Dire che non ha “ravvisato impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego” mi pare un modo pilatesco di affrontare il problema. Forse era meglio che non dicesse nulla. In fondo per un Presidente della Repubblica che ha detto “si” a Raffaele Fitto, rinviato a giudizio per corruzione, e che ha nominato Ministro uno come Aldo Brancher, al tempo rinviato a giudizio per appropriazione indebita e ricettazione nell’ambito dello scandalo Banca Popolare di Lodi (poi è stato condannato a due anni), uno in più o in meno non poteva fare scandalo.
Quanto a Berlusconi basti ricordare che il 23 dicembre, repingendo le accuse di “calciomercato” e di compravendita di parlamentari aveva aggiunto: “Non abbiamo nemmeno promesso cariche di governo. Si sono liberati posti in seguito all’uscita di Fli, ci sono 12-13 posti da assegnare ma nemmeno uno di questi posti verrà assegnato a coloro che per convinzione hanno dato supporto alla maggioranza in sostituzione di altri”.
Come volevasi dimostrare!

FONTE: http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=373&Itemid=1

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mar
23

Nucleare, la moratoria è un chiaro raggiro

Il governo fa marcia indietro sul nucleare e cerca di far saltare il referendum contro il ritorno delle centrali atomiche in Italia. Preoccupato dal calo dei consensi sulla sua politica energetica, oggi il Consiglio dei ministri ha approvato l’ordine del giorno dei ministri Paolo Romani e Stefania Prestigiacomo, riguardante una moratoria di un anno al piano nucleare. Esclusa, tuttavia, la parte relativa al deposito delle scorie radioattive, perché si tratta di tema connesso alla sicurezza che la stessa Europa chiede e che Romani ha annunciato di voler affrontare.

Più che una pausa di riflessione – dettata dal “buon senso”, come ha detto la Prestigiacomo – sembra essere uno stratagemma adottato all’ultimo momento dal Governo Berlusconi per evitare che, sull’onda emotiva scatenata dal disastro del Giappone, si raggiunga il quorum ai referendum e si metta a rischio, oltre al nucleare, anche il legittimo impedimento, tanto caro al premier. “Non può esserci moratoria che tenga e che possa fermare il referendum – ha commentato Antonio Di Pietro – perché delle due l’una: o il governo cancella la norma che consente la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano o la mantiene. Ma la moratoria di un anno è un chiaro raggiro che serve a scavallare la data del referendum. Insomma, l’unico vero scopo del governo è quello di fermare il temuto verdetto dei cittadini”.

L’Italia dei Valori, promotrice dei quesiti referendari non getta la spugna. “Andremo avanti con la nostra battaglia contro quest’energia obsoleta, dannosa per la salute e per il territorio che riempie solo le tasche delle solite lobby economiche”, ha annunciato Di Pietro.

FONTE: http://www.italiadeivalori.it/interna/2985-nucleare-di-pietro-qmoratoria-e-un-chiaro-raggiroq

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mar
23

Libia: usciamo dall’ipocrisia

Che Gheddafi era ed è un dittatore non lo dovevamo scoprire oggi. Però non è stato solo Berlusconi a festeggiare Gheddafi. Prima di lui lo avevano fatto altri governanti italiani ed europei e americani. Con molta ipocrisia lo volevano fare diventare il rappresentante dei diritti civili. Usiamo dall’ipocrisia: siccome Gheddafi ha le materie prima a tutti faceva gola avere con lui un rapporto che riforniva di petrolio e altre materie prime.
Se la vera ragione di questo intervento militare fosse quella umanitaria, dovremmo intervenire, prima che in Libia e più che in Libia, in altri quaranta Paesi. La verità è che lì c’è una guerra civile. Il popolo è spaccato. Possiamo noi prendere posizione per l’uno o per l’altro? Qualcuno, come Chavez si è schierato con Gheddafi, qualcun altro ha preso posizione per gli insorti. Noi siamo riusciti a prendere posizione per tutti e per nessuno.
Così, comunque vada, il petrolio ce lo siamo giocato. Ce lo siamo giocato se vince Gheddafi, dopo lo scherzetto che gli abbiamo fatto. Avevamo firmato e pochi mesi fa ratificato un trattato con la Libia che diceva in modo chiaro che ciascuna parte si impegnava a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio per commettere tali atti: l’esatto contrario di quello che abbiamo fatto. Se invece vincono gli altri, già stanno gridando “Vive la France” e “Viva l’Inghilterra” e ce lo siamo giocati pure in quel caso. Comunque sia , noi siamo quelli a cui tocca la parte dei doveri e non quella dei dirittti.
Di chi è la colpa di questa situazione? Nell’immediatezza del governo italiano che non doveva sottoscrivere quel trattato, ma anche dei governi italiani precedenti che hanno ammiccato a non finire. Prendersela solo con Berlusconi a me può fare piacere, però non è giusto.
E adesso cosa si può fare? Prima di tutto usciamo fuori dall’ipocrisia e annulliamo quel trattato. Si può anche non annullarlo in Parlamento, ma bisogna almeno notificarlo alla parte interessata! Poi chiediamo che il governo venga a riferirci cosa ha fatto finora, mentre Berlusconi non vuole nemmeno venire di persona perché non sa che cosa dire.
Prendiamo il Frattini 1 e il Frattini 2. Era quello che diceva che la Libia e Gheddafi erano un punto di riferimento. Oggi dice l’esatto contrario. Berlusconi addirittura voleva convertire insieme a Gheddafi alla Jamarya 300 ragazze 60-90-60.
Insomma, noi ci rendiamo conto che in Libia c’è un popolo che sta essendo ammazzato, però anche la questione della no-fly zone bisogna vedere come viene interpretata. La norma, testualmente, autorizza gli Stati membri a prendere tutte le misure necessarie a proteggere i civili e le aree popolate dei civili sotto minaccia di attacchi della Jamarya. Ma in questa formula, “tutte le misure necessarie” ci sta tutto e il contrario di tutto. Se per difendere i civili ammazzo tutti gli altri nessuno li minaccia più.
L’Italia, insomma, non vince nessuna guerra, sia che vinca l’uno sia che vincano gli altri. L’Italia e tutte le potenze occidentali devono mettere la tregua e la trattaiva al primo posto. Devono creare un sistema di relazioni non solo per arrivare a un cessate il fuoco ma per trovare una soluzione politica piuttosto che alimentare la guerra.
Per quanto riguarda la politica interna italiana, c’è chi come il ministro Castelli dice che dall’altra parte non ci sono civili ma ribelli armati o che bisogna mandare osservatori come chiede Gheddafi a vedere se davvero lui uccide i civili. ma castelli è un ministro di questo governo e la Lega sostiene questo governo. La politica estera non è come il testamento biologico, dove si può invocare la libertà di coscienza. Se la politica estera spacca la coalizione, spacca la possibilità stessa di esistenza di questo governo.
Infine, l’Italia sta oggi facendo un lavoro incredibile per la coalizione, per la Francia, l’Inghilterra e quant’altri. Quindi oggi è in condizione di dire che in confini marittimi tra noi e la Libia sono i confini d’Europa. E allora man mano che le persone arrivano dall’Africa, non è che li si butta a mare, ma vanno direttamente nei vari paesi europei, un tanto per ciascun paese: cento a me, cento a te e altri cento a te. Questo è quello che bisogna fare, e questo bisognava porlo come condizione all’Onu.

FONTE: http://www.antoniodipietro.it/

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mar
21

CHE NE PENSATE? SI O NO?

Non conosco azioni militari che non abbiano avuto lo scopo, più o meno confessato, di determinare o difendere vantaggi economici per chi le abbia realizzate, così come non conosco guerre che non abbiano avuto alla base motivi di natura economica.
Posso accettare che singoli individui abbiano partecipato ad azioni di guerra per motivi ideali, ma non riesco ad immaginare che li avesse chi ve li aveva mandati.
Per decidere se dire “Si” o “No” alla partecipazione italiana all’intervento militare contro la Libia dobbiamo prima rispondere ad una domanda: siamo di fronte ad un intervento militare per motivi umanitari o per motivi geopolitici, o per entrambi?
L’intervento assume carattere umanitario quando si sia in presenza di una minaccia rilevante di violazioni su vasta scala del diritto umanitario, di atti di genocidio o di pulizia etnica. Credo che ognuno di noi in questi casi dovrebbe essere favorevole all’azione di forza destinata a fermare tali violazioni dei diritti umani. Se poi, come nel caso in questione, le violazioni avvengono in un Paese confinante è ancora più evidente la necessità di dare risposta favorevole ad un tale quesito.
L’intervento assume motivazioni di geopolitica quando mira a conquistare un territorio o ad estromettere un governo ostile per sostituirlo con un governo amico, dal quale poi ottenere quei vantaggi economici che sono la vera ragione di qualunque azione di guerra.
A questo punto giova ricordare tuttavia da un lato il principio di autodeterminazione dei popoli, tutelato dal diritto internazionale, che sancisce il diritto di un popolo a poter scegliere autonomamente il proprio regime politico e, dall’altro, il principio di non ingerenza negli affari interni di una nazione, enunciato dall’articolo 2.7 dello Statuto dell’ONU. Secondo l’ONU esso non può e non deve essere invocato per giustificare genocidi o altre atrocità. Deve quindi cedere di fronte all’esigenza di proteggere i diritti umani. Va segnalato che l’ingerenza di un’autorità internazionale negli affari interni di uno Stato per difendere valori universali è un principio di ispirazione federalista. E’ lo stesso principio che sta alla base del Tribunale penale internazionale, istituito nel 1998.
Sarebbe da ipocriti non comprendere che una volta che si sia accertato che sussistano le condizioni per una azione di forza a scopo umanitario, essa non assuma anche la valenza di intervento di natura geopolitica.
La risoluzione “1973″ dell’Onu si apre con una richiesta di “immediata cessazione del fuoco in Libia, compresa la fine degli attuali attacchi di Gheddafi contro la popolazione civile. Essi sono da considerare a tutti gli effetti crimini contro l’umanità”. Il mancato accoglimento della cessazione del fuoco rende legale l’instaurazione di una “no fly zone”, cioè il divieto di “tutti i voli nello spazio aereo (…) con l’obiettivo di proteggere i civili”. Gli Stati, che “potranno agire a livello nazionali o tramite organizzazioni regionali”, vengono autorizzati a mettere in atto la “no fly zone”. Le operazioni dei jet militari andranno intraprese “dopo averle notificate al segretario generale (dell’Onu) e al segretario generale della Lega Araba”. L’Onu autorizza l’uso di “tutte le misure necessarie” per “proteggere i civili, e le aree civili popolate, sotto minaccia di attacco in Libia, compresa Bengasi”. L’Onu dovrà essere “informato immediatamente delle misure intraprese dagli Stati” a questo scopo, mentre la risoluzione “esclude” la possibilità di creare “ una forza occupante” nel Paese africano.
Allora è evidente che in questo caso l’Onu ha accertato che vi sono le condizioni per una “azione di forza” a scopo umanitario, ma è altrettanto evidente che il risultato finale dell’azione di forza non potrà che essere quello della sostituzione dell’attuale governo con altro governo, la cui scelta dovrebbe essere lasciata al popolo libico in rivolta contro Gheddafi. La Libia è un Paese di grande rilevanza per il rifornimento di fonti energetiche (petrolio e gas naturale) e dunque tutti i Paesi che parteciperanno all’azione militare si attendono un riconoscimento per il loro ruolo, da parte del futuro nuovo governo che si instaurerà a Tripoli. Può un Paese come l’Italia che è uno dei maggiori acquirenti di petrolio e gas naturale libici e le cui imprese energetiche hanno investito decine di miliardi in quell’area, dire “NO” ad un intervento che è in primo luogo umanitario ma che è anche di difesa dei propri interessi economici? Può assistere indifferente ad una azione forza che cambierà le “regole del gioco”?
Soluzioni diverse da un “SI” convinto e ad un impegno diretto, mi sembrerebbero dettate solo da una grande ipocrisia, la più grande delle quali sarebbe quella di far finta di non sapere che dietro l’intervento umanitario, c’è un interesse economico nazionale di grande rilevanza. Con un “NO” finiremmo con il lasciare i vantaggi economici alla Francia (che non a caso si è gettata nell’azione per prima), agli Stati Uniti ed agli altri Paesi della coalizione. Idv eviti un atteggiamento ipocrita!

FONTE: http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=372&Itemid=1

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ott
14

Università: figura di m…..per Gelmini-Tremonti-Berlusconi!

Esco or ora dalla Commissione Bilancio della Camera che ha rinviato alla Commissione Cultura il testo della “riforma dell’università” per mancanza di copertura finanziaria, in particolare per i 9000 posti di professore associato destinati ai ricercatori. Dunque, dopo che si è consumato l’ennesimo litigio all’interno del governo, alla fine, la discussione della riforma dell’università è slittata a dopo la finanziaria (forse), ma secondo qualcuno addirittura a primavera.
E si che in questi mesi non sono mancate dichiarazioni perentorie del Presidente del Consiglio Berlusconi e del Ministro Gelmini sulla urgenza della sua approvazione. “E’ una priorità” aveva tuonato ieri Berlusconi incontrando il Ministro dell’economia Tremonti. Subito dopo Silvio Berlusconi aveva rassicurato nel corso di una telefonata il ministro Gelmini, sul tema della copertura di bilancio. Ma , nell’incontro svoltosi ieri in serata ad Arcore, tra il premier e Giulio Tremonti, riferiscono fonti di Governo, la risposta del ministro dell’Economia è stata secca: “I soldi non ci sono”. Ancora una volta dunque il ragionier Tremonti l’ha avuta vinta. Noi dell’Italia dei Valori avevamo affrontato il tema con grande serietà raccogliendo la sfida e presentando una serie di emendamenti secondo le linee guida che erano scaturite da una ampia discussione all’interno del Gruppo e che riporto di seguito:
1. Governance delle università. Si ritiene assolutamente necessario separare l’attività di governo da quella di esecuzione. Il Rettore sarà una sorta di Amministratore Delegato, coadiuvato dal Senato Accademico. La gestione sarà di competenza di un Direttore Generale (Manager) scelto, da una Commissione formata in seno al Senato, attraverso un bando europeo. Il Rettore, che dovrà essere eletto dal Corpo accademico tra i Professori Ordinari dell’Ateneo, potrà restare in carica per non più di due mandati quadriennali. Anche il Direttore Generale non potrà essere mantenuto per più di due mandati triennali e all’atto della su assunzione non deve avere in corso o nei due anni precedenti alcun rapporto contrattuale o di lavoro con l’Università. Al Senato accademico parteciperanno anche rappresentanti dei Professori Ordinari ed Associati, Ricercatori, Studenti. Vi parteciperà inoltre un rappresentante dei “donatori privati”.
2. Razionalizzazione delle sedi. Negli ultimi vent’anni grazie alla collusione politica sono state create una miriade di sedi universitarie e di loro sedi staccate senza alcuna logica né economica né culturale, ma solo clientelare. Oggi tutti hanno l’università sotto casa ma la qualità delle attività didattiche e scientifiche è in molti casi molto modesta. E’ dunque giunto il momento, attraverso una delega al governo, di procedere ad una razionalizzazione delle sedi sulla base di criteri molto restrittivi, chiudendo anche quelle fortemente inefficienti ed accorpandole ad altre. E’ altresì logico vietare la proliferazione di sedi staccate, favorendo invece la nascita sul territorio di “centri di eccellenza della ricerca” in luogo di esse.
3. Reclutamento dei professori. La proposta Gelmini è irricevibile poiché peggiora addirittura la situazione attuale in termini vantaggio per le baronie locali. Prevede infatti una Abilitazione Nazionale per titoli (che non essendo direttamente concorsuale sarà di fatto rilasciata a quasi tutti) e poi rimette la “chiamata” ad una sorta di commissione locale, persino priva dei vincoli attualmente esistenti per le commissioni. La controproposta Idv prevede invece il ritorno al Concorso su base nazionale con un numero di vincitori pari ai posti banditi. La Commissione sarà formata attraverso un sorteggio puro tra gli aventi diritto all’elettorato passivo. Un vincitore non potrà essere chiamato in una università ove sia già presente un professore di ruolo, suo parente entro il terzo grado.
4. Ricercatori. Vogliamo proporre una distinzione tra i futuri ricercatori (post riforma) e gli oltre 20 mila ricercatori attualmente presenti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Partiamo dal presupposto che, essendo l’università luogo di didattica e ricerca, il ricercatore puro ha senso solo per la breve fase della sua formazione e per la valutazione della sua idoneità a diventare professore. Appare pertanto coerente immaginare che contratto triennale rinnovabile per altri tre anni sia un tempo sufficiente: al termine o è in grado di accedere alla carriera di professore o è meglio che trovi un’alternativa, magari continuando la ricerca in centri specializzati. Per gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, divenuti tali in larga parte non per concorso vero, ma per idoneità sostanzialmente ope legis, la soluzione deve necessariamente passare attraverso una valutazione di merito. Poiché una parte di essi svolge attività didattica, configurando di fatto lo svolgimento di compiti di professore associato, anche se ridotti, la soluzione che affronta il problema, senza saltare la valutazione di merito, è quella di trasformare l’attività didattica complessivamente svolta per Raggruppamento disciplinare in posti di professore associato, da mettere a concorso nell’arco di tre anni. Da prime indicazioni potrebbe trattarsi di circa 10 mila posti. Per i nuovi ricercatori (quelli dei sei anni) va assolutamente e rigorosamente vietata qualunque attività didattica.
5. Distribuzione dei fondi. Una parte dei fondi sarà distribuita alle università sulla base di indicatori di valutazione dell’attività didattica e di ricerca. Noi proponiamo che tale assegnazione abbia luogo non a livello di università, ma a li vello di Dipartimento, che sarà competente per entrambe le attività. Ciò per evitare che una università dotata di Dipartimenti buoni e di Dipartimenti scarsi, non prenda alcun fondo così distribuito, a danno di chi lavora bene.
6. Diritto allo studio. Gli studenti meritevoli (che sono in linea con i piani di studi con un punteggio medio elevato) devono essere realmente supportati e non con una mancia. In particolare quelli più bisognosi. Noi prevediamo che non solo siano esonerati dalle tasse universitarie, ma che ricevano anche un contributo per lo meno di 5000 euro se fuori sede e di 1000 euro se in sede. Vanno poi favoriti i “prestiti d’onore” attraverso il sistema bancario.
7. Test di accesso. Poiché il disegno di legge Gelmini non ne parla si è deciso di rinviare ogni decisione in merito. Nel corso della discussione si è rilevato che attualmente più del 20% degli studenti abbandona al termine del primo anno, rispetto al 5-7% in Germania, Regno Unito, Olanda dove invece il test è necessario per accedere all’università. Ciò obbliga in Italia a tenere una struttura in termini di aule, professori, servizi che costa non meno di 1 miliardo di euro all’anno, che potrebbero essere risparmiati.
8. Test di orientamento. Le università devono mettere a disposizione di coloro che intendono iscriversi un servizio orientamento con test , che permettano di accertare l’idoneità all’università ed al tipo di studi universitari. Si tratta di un test su base volontaria, per il quale prevediamo un meccanismo premiale nel caso in cui lo studente lo faccia e segua l’indicazione che ne deriva.
9. Risorse. Ovviamente le nostre proposte, a differenza del DDL Gelmini, prevedono importanti risorse per le quali indichiamo una serie di possibili coperture, riducendo alcuni vantaggi fiscali, in particolare per le banche. Tra l’altro dalla razionalizzazione delle sedi che proponiamo potrebbero venire sostanziosi risparmi.

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ott
06

La Sanità nel Fermano – Il pensiero dell’Italia dei Valori Provinciale

Si è svolto la settimana scorsa, nell’ambito degli incontri programmati dell’IDV Fermano in preparazione della campagna elettorale delle Amministrative di primavera 2011, un interessante dibattito sul tema della “Sanità in Provincia di Fermo” che ha visto presenti molti iscritti e dirigenti del Partito
Dal dibattito sono emerse molte criticità nel settore e sono venute fuori anche molte sollecitazioni e proposte in vista della discussione del nuovo Piano Sanitario Regionale
La buona funzionalità del Sistema della Salute – è stato detto – è l’elemento che maggiormente caratterizza un’Amministrazione regionale in termini di adeguatezza del suo operato ai problemi concreti. Le dichiarazioni del riconfermato assessore alla salute della Regione Marche Almerino Mezzolani, in merito ai futuri assetti istituzionali del settore ci lasciano assai perplessi.
Che senso ha infatti parlare di “aree vaste senza personalità giuridica” che “lavorino su deleghe concesse dall’ASUR ed all’ASUR rispondano del proprio operato-” presentando questo come un modello alternativo di governance rispetto all’attuale concentrazione di poteri nel capoluogo regionale ?
Il resto delle decisioni è stato tutto concentrato sulla Direzione generale dell’ASUR, cioè su di un dirigente e due collaboratori, il cui potere decisionale è immenso, cosi’ come immensa è la loro distanza dai territori e dalla gente, anche con tutta la buona volontà da parte loro.
Ora, con una proposta come quella di Mezzolani si semplificherebbe la geografia delle zone territoriali (nel caso della provincia di Fermo neanche questo) mantenendo però la regia della gestione nel capoluogo di regione.
La neonata provincia di Fermo ha già cominciato a dimostrare nei fatti che il suo ruolo è tutt’altro che marginale o addirittura inutile come da sempre affermato dai suoi detrattori.
L’Italia dei valori del Fermano pensa ad una provincia strettamente collegata con le strategie della Regione Marche in ogni suo momento decisionale e gestionale Proponiamo che il territorio della provincia di Fermo abbia una Sua “aria vasta” senza aspettare altro tempo.
Si potrebbe da subito mettere in campo un progetto condiviso di integrazione ospedale -territorio e di integrazione fra le politiche sociali dei comuni e della stessa Provincia e quelle dei Distretti sanitari eliminando o riducendo tutte le sovrapposizioni fra distretti sanitari ed enti di ambito sociale .
L’italia dei Valori del Fermano chiede di fare presto nel progettare e realizzare il nuovo ospedale provinciale in stretto collegamento con la logica di continuità assistenziale che oggi deve caratterizzare tutti i momenti dell’offerta sanitaria.
Realizzare subito una rete nobile fra tutte le strutture esistenti e, con l’aiuto delle “autostrade informatiche” che stiamo ultimando, pensare concretamente ad un sistema socio-sanitario che “va nelle case” attraverso la telemedicina venendo sempre di piu’ incontro alla necessità di coniugare, bisogni crescenti in particolare da parte degli anziani, con la ristrettezza delle risorse.
Per questo, considerato che le grandi scelte si fanno meglio all’inizio di una legislatura , non pressati da scadenze elettorali, il Coordinamento Provinciale dell’Italia dei Valori del Fermano rivolge un deciso invito alla Giunta Regionale e al suo Presidente a farsi carico con una decisione chiara e sollecita delle richieste che provengono da questa Comunità che ha potenza economica grazie al lavoro dei suoi cittadini ma ha poca potenza politica per esprimerla e rappresentarla.

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ott
04

Silvio compra anche la Chiesa: dal mercato “delle vacche” a quello dei “pastori”!

Dopo aver fatto compravendita di deputati per salvarsi dai processi con qualche nuova legge ad personam, Berlusconi ha deciso che è venuta l’ora di salvarsi “l’anima” con la compravendita di potenti monsignori (cardinali in pectore).
Solo così si può spiegare l’incredibile dichiarazione di mons. Rino Fisichella, a proposito della bestemmia pronunciata da Silvio Berlusconi nel raccontare una barzelletta: “Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose e, certamente, non bisogna da un lato diminuire la nostra attenzione, quando siamo persone pubbliche, a non venir meno a quello che e’ il nostro linguaggio e la nostra condizione; dall’altra credo che in Italia dobbiamo essere capaci di non creare delle burrasche ogni giorno per strumentalizzare situazioni politiche che hanno già un loro valore piuttosto delicato”. Quindi Berlusconi va capito e scusato, secondo mons. Fisichella. La cosa ha fatto andare in bestia Rosy Bindi, oggetto privilegiato delle velenose battute di Berlusconi sulla sua presunta scarsa femminilità, la quale ha osservato: “Fin da piccola mi hanno insegnato a non pronunciare il nome del Signore invano. E’ una profonda, intima convinzione della mia fede, un segno di rispetto verso me stessa e gli altri e una regola di buona educazione. Sarò all’antica, ma mi amareggia profondamente e mi turba constatare che per un pastore della mia Chiesa (anche se voce isolata rispetto a quelle di altri pastori, di Avvenire e Famiglia Cristiana) ci sarebbero occasioni e circostanze nelle quali e’ possibile derogare anche dal secondo comandamento”. Mons. Fisichella non è nuovo ad interventi a favore di Berlusconi che, per qualunque cattolico, suonano più come eresie. Basti ricordare che fece scalpore il fatto che Berlusconi si fosse accostato al sacramento della comunione in occasione dei funerali di Raimondo Vianello, ciò che il diritto canonico vieta ai separati. Anche in quella occasione, mons. Fisichella lo giustificò dicendo: «Facciamo subito un po’ di chiarezza. Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante. Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. E’ il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi. E’ solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. A meno che, ovviamente, il primo matrimonio non venga annullato dalla Sacra Rota. Ma se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta». Un intervento incredibile poiché per il diritto canonico Berlusconi è ancora il marito della sua prima moglie (Carla Dall’Oglio, alla quale s’è unito in matrimonio con rito religioso nel 1965). Per conseguenza quella “situazione, diciamo così, ex ante” sarebbe realizzata solo qualora egli fosse tornato a vivere con la prima moglie. Il che non è accaduto.
Non posso che concludere che anche la Chiesa ha evidentemente trovato il suo Berlusconi: se diventasse in futuro Papa non potrebbe che essere l’orgoglio di Silvio, che vedrebbe realizzato il suo sogno: poter comprare la Santità!.

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set
20

Mercato Monte Citorio: il primo “voltagabbana” fu Tremonti

Non c’è giorno che non esca sui mezzi d’informazione qualche notizia sull’ignobile “mercato delle vacche” in corso, con il quale Berlusconi sta cercando di “comprare” il voto di parlamentari dell’opposizione, in modo da ottenere un voto di fiducia con un numero che lo renda autosufficiente rispetto al gruppo di dissidenti del Fli di Fini. Anche i parlamentari di Idv sono stati oggetto di attenzioni (per ultimi Razzi e Favia) che hanno con decisione respinto al mittente le allettanti proposte (somme di denaro e posti da sottosegretario).
Berlusconi è così continuamente smascherato dalle sue azioni dalle quali risulta in modo incontrovertibile la totale incongruenza tra i suoi proclami e la realtà dei fatti, quando riguardano i suoi interessi. Così è giunto persino ad attaccare direttamente il Presidente della Repubblica, Napolitano, attraverso il suo fido deputato Bianconi, sostenendo che in caso di caduta del suo governo sarebbe addirittura costituzionalmente illegittimo un diverso governo che dovesse ottenere la fiducia del Parlamento: ma la nostra Costituzione lo prevede.
Così, chissà come mai, è invece legittima la compravendita di deputati e senatori se è Lui che la fa.
Io personalmente sono contro i “voltagabbana” e giudico severamente tutti coloro che cambiano casacca in corso di legislatura.
Ma Berlusconi, con la sua doppia morale, è l’emblema della corruzione delle coscienze e dei valori della nostra società. (D’altronde è la sentenza Mills che lo giudica anche sotto il profilo penale corruttore in atti giudiziari e quindi corruttore in senso stretto).
Voglio però ricordare qui che la vita politica di Berlusconi è costellata di episodi di corruzione politica, fin dal suo primo governo del 1994. Anche allora, come oggi, tentò di fare e fece “shopping” tra i deputati, soprattutto della Lega Nord, quando Bossi decise di uscire dalla sua maggioranza.
Ma in assoluto la corruzione di governo fu posta in essere già dal voto di fiducia al Senato, dove non aveva maggioranza, e dove la ottenne grazie all’acquisto due parlamentari.
Il primo, oggi assai noto, si chiamava Giulio Tremonti.Candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze socialisti Franco Reviglio e Rino Formica. Per un breve periodo, negli anni ’90, Tremonti fece parte di Alleanza Democratica, e poi del movimento politico fondato da Mario Segni, il Patto Segni, con il quale venne eletto deputato nel 1994. Di lì Tremonti passò attraverso la Federazione Liberaldemocratica, a Forza Italia e votò la fiducia al primo governo Berlusconi, avendone in cambio la nomina a Ministro delle Finanze.
Il secondo, meno noto, rispondeva al nome di Luigi Grillo, oggi tuttora senatore. Nel 1994 fu eletto al Senato con Partito Popolare di Mino Martinazzoli. L’astensione di tre senatori fu determinante per il voto di fiducia al primo governo Berlusconi. Al termine delle elezioni tenutosi in quell’anno, al Senato, il centro-destra ottenne 156 seggi contro i 159 delle opposizioni. Il primo governo Berlusconi ottenne la fiducia con 159 voti a favore e 153 contrari, uno più del necessario, grazie al “Sì” dei Senatori a Vita Gianni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone e all’uscita dall’aula, al momento del voto, di Vittorio Cecchi Gori, Tommaso Zanoletti, Stefano Cusumano e Luigi Grillo, che abbassarono il quorum a 158 voti. Tra essi appunto Grillo che, passato a Forza Italia, ottiene in cambio la nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Grillo è indagato per concorso morale in aggiotaggio nell’ambito dell’inchiesta Bancopoli ( Fiorani-Banco Popolare di Lodi).

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