Nuove tecnologie: lenti a contatto computerizzate
Non è raro che i film di fantascienza precedano di qualche anno la realtà, forse perché in realtà rivelano conoscenze scientifiche già note a livello di ricerca spaziale o militare e rese disponibili alla collettività solo dopo diversi anni. Tra queste si ritiene opportuno segnalare le lenti a contatto computerizzate realizzate da un’equipe statunitense e finlandese, guidata dal professor Babak Parviz. Un’invenzione dell’ultima ora, ma già pubblicata sul Journal of Micromechanics and Microengineering. Per quel che è dato di sapere ad oggi, le lenti sarebbero composte da un’antenna, che riceve segnali dall’esterno e fornisce energia, la quale viene trasferita ad un chip in zaffiro per mezzo di un circuito integrato. La capienza massima della lente è di un pixel, quindi ancora presto per visualizzare almeno e-mail e sms, visto che ne saranno necessari un minimo di 100. I test sui topi hanno avuto tutti esito positivo anche per quanto riguarda l’impatto sulla cornea, quindi sono ipotizzabili analoghi risultati anche per l’uomo. Vi è da dire però che ci sarebbero ancora dei problemi da risolvere, come la visualizzazione sfocata a causa dell’eccessiva vicinanza all’occhio, oppure l’ottimizzazione delle frequenza per trasmettere segnali e ricaricare il dispositivo. Questa tecnologia resta comunque una delle più attese per il 2012, quando l’avanzare della sperimentazione darà risultati più concreti.
Basta con la barbaria della guerra. Disgustoso vilipendio di cadaveri di taleban afghani. Bufera sulle Forze Di Liberazione. Soldati afghani impazziti infieriscono sui corpi dei talebani uccisi. L’Afghanistan ha dichiarato di essere stato civilizzato dopo la liberazione dal brutale regime talebano
Diversi uomini in uniforme delle Forze Di Liberazione che infieriscono barbaramente sulle salme di quelli che sembrano dei taleban. Un video dalle immagini assai cruenti postato su www.liveleak.com, richiama alla mente l’episodio denunciato ieri sulla profanazione delle salme da parte di soldati americani. Forse l’Italia dovrebbe dare un segno immediato di civiltà e ritirare immediatamente le truppe da questa guerra, altrimenti il popolo italiano potrebbe essere considerato complice di tali nefandezze agli occhi del martoriato popolo afgano?
Stangata Sanità nel 2012 per i cittadini. Gli aumenti per farmaci, analisi e visite ci costeranno 100 euro in più procapite. No al ticket sui ricoveri
Il 2012 dopo gli aumenti generalizzati su carburanti ed energia, si preannuncia un annus horribilis in termini di aumenti anche per altri settori. A colpire cittadini e famiglie ci penseranno anche i costi del comparto della sanità. A sostenere tale dura ipotesi è un dossier riportato sul “Quotidiano Sanità” che ha elaborato dati Istat, Agenas, Ministero della Salute e Regioni, secondo cui i costi che riguarderanno la salute dei cittadini tra ticket per farmaci, analisi, visite e pronto soccorso saranno di quasi 100 euro di media procapite, mentre il Ministro della Salute, Renato Balduzzi, preannuncia la possibilità di un vergognoso ticket sui ricoveri ospedalieri che ci si augura non vada a colpire ancora una volta le fasce di reddito medie e basse. Non sarebbero sufficienti, infatti, i 4 miliardi già versati nel 2011 per farmaci, visite mediche, analisi e pronto soccorso, a cui dovranno sommarsi necessariamente i ricavi a regime del «super ticket di 10 euro» sulla specialistica (pari a 834 milioni), che nel 2011 è stato invece applicato solo da agosto e non in tutte le Regioni, per un importo stimato in 381,5 milioni. Alla luce degli ultimi provvedimenti è possibile prevedere che nel corso di quest’anno arriveranno nelle casse dello Stato i seguenti crediti per il ticket: 1,332 miliardi sui farmaci (spesa 2011 più tasso inflazione), 3,214 miliardi sulla specialistica e pronto soccorso (spesa 2011, più totale incassi del super ticket), per un totale di 4,546 miliardi di euro. Per ogni cittadino i ticket su analisi, visite e pronto soccorso nel 2012 peseranno per i non esenti 99 euro (+ 14 euro, rispetto al 2011), mentre quelli sui farmaci dovrebbero restare più o meno inalterati rispetto al 2011, con un costo medio per i non esenti di circa 41 euro l’anno, anche se come già denunciato in un nostro precedente comunicato alcuni farmaci a grande diffusione nel silenzio generale hanno segnato aumenti fino al 1.200 % per il passaggio da fascia mutuabile a fascia C, totalmente a carico del cittadino. Per quanto riguarda le esenzioni, dev’essere ricordato che dallo scorso 1° maggio è entrato in vigore diventato il nuovo sistema di cui al Decreto Tremonti del dicembre 2009, secondo cui la verifica dell’esenzione del ticket viene effettuata in base al reddito, non consentendosi più la possibilità dell’autocertificazione ed affidando ai medici di base il controllo del diritto all’esenzione attraverso i dati inviati dalle Asl per mezzo del sistema della tessera sanitaria che incrocia i dati con l’Agenzia delle Entrate. Il procedimento di verifica con il nuovo sistema, a regime, dovrebbe essere completamente automatizzato: il medico compila la ricetta sul computer e all’inserimento dei dati del paziente il sistema verifica automaticamente se il paziente è esente o meno. Sono ben nove le Regioni che hanno applicato il super ticket di 10 euro: Lazio, Liguria, Calabria, Puglia, Sicilia, Campania, Friuli Venezia Giulia, Marche e Molise a causa dei bilanci deficitari non hanno avuto la possibilità di applicare alcuna modifica e gli effetti non sono arrivati a tardare con il passaggio del ticket massimo applicabile 36,15 euro a 46 euro in media, ma con punte di 70 euro per alcune prestazioni in Campania. Solo la Valle d’Aosta e le Provincie autonome di Trento e Bolzano non hanno applicato il super ticket di 10 euro mentre Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Veneto hanno rimodulato il ticket in base alle fasce reddituali con un aumento medio che può variare da 0 a 15 euro a seconda della fascia reddituale, con punte massime pari a 51,15 euro. In Veneto il costo aggiuntivo può essere massimo di 10 euro e quindi anche i redditi più alti pagheranno non più di 46,15 euro. In Abruzzo, il ticket di 10 euro scatta solo per i redditi superiori a 36.000 euro. Lombardia, Piemonte e Basilicata sono invece le tre Regioni che hanno adeguato il ticket in base alle prestazioni attraverso l’introduzione di un sistema che farà pagare una cifra variabile da 0 a 30 euro proporzionata al valore della prestazione stessa (in media il 30%), con il risultato che il ticket, in alcuni casi è passato da 36,15 a 66,15 euro, a prescindere dal reddito. Caso particolare quello della Sardegna che ha deciso di applicare l’aumento dovuto al superticket facendo pagare un solo euro ma solo che il ticket a franchigia era però già stato portato a 46,15 euro: risultato anche nell’isola è salito a 47,15 euro.
Salute: perdita del lavoro o un divorzio? Secondo uno studio Usa stress ed ansia rimpiccioliscono il cervello
A illustrare il meccanismo di ‘restringimento cerebrale’ a causa forti emozioni negative in persone peraltro sane mentalmente e fisicamente, è un nuovo studio Usa pubblicato sulla rivista ‘Biological Psychiatry’. Eventi stressanti intensi quali un divorzio o la perdita del lavoro, ma anche tensioni croniche profonde e veri e proprio traumi sarebbero in grado da far scattare nelle vittime un tangibile rimpicciolimento del cervello. La diminuzione avviene nella materia grigia nell’area cerebrale che controlla le emozioni,e regola quindi anche la pressione sanguigna e persino il livello di zuccheri: la corteccia prefrontale. La ricercata firmata dalla neurobiologa del’università di Yale Rajita Sinha, ha esaminato 103 volontari tra i 18 e i 48 anni: tutti in buona salute i partecipanti hanno risposto a questionari sugli eventi gravemente stressanti occorsi durante la loro esistenza e si sono sottoposti a risonanza magnetica del cervello. Il rapporto rivela risultati chiari: la materia grigia è risultata rimpicciolita nell’area della corteccia prefrontale di chi aveva subito traumi in particolare tra le vittime di abusi. Anche per tali ragioni si sottolinea come a causa della recessione che ha significato per molti italiani la perdita del posto di lavoro, l’avvio alla cassa integrazione, la chiusura di aziende un tempo solide, si è registrato un maggior consumo di farmaci ansiolitici. Lo dimostra il dato che ci segnala come nell’ultimo anno il consumo di tali sostanze farmacologiche sia aumentato di almeno l’11%. Il numero di persone che devono fare i conti con attacchi di ansia è aumentato vertiginosamente con la crisi e il fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, decisamente più vulnerabili delle donne di fronte all’argomento lavoro. Un maschio su sette, dopo aver perso il lavoro, soffre di depressione, e un’altra quota significativa accusa attacchi di panico e ansia per la precarietà lavorativa.
Tasse: gli italiani i contribuenti tra i più tartassati della U.E. . La pressione fiscale sale al 42,6% la spesa pubblica è balzata al 52,5% del Pil., ecco la classifica
I cittadini italiani, sono considerati i contribuenti più tartassati dal fisco nel territorio dell’Unione Europea. La conferma arriva dall’ultima rilevazione di Eurostat, pubblicata nel rapporto ‘Tax revenue in the European Union’, dove si evidenzia come in Italia continuiamo ad avere una pressione fiscale sopra la media sia di Eurolandia (40,2%) sia dell’Unione a 27 (39,6%). L’Italia si conferma tra i Paesi europei dove è più alto il peso di tasse e contributi sul Pil. Infatti, nonostante la pressione fiscale nel 2010 sia calata al 42,6%, dal 43,1% del 2009, la posizione ricoperta nella classifica europea è rimasta immutata. Tra i Paesi dell’UE continua a piazzarsi quarta, alle spalle di Belgio (46,4%), Francia (44,5%) e Austria (43,7%), scendendo al sesto posto, visto che comunque resta ancora lontana dal livello della Danimarca (48,5%), salda sul gradino più alto del podio, e della Svezia (46,3%). Tutti Paesi che comunque a fronte di un pagamento delle tasse alto hanno una qualità di servizi superiore e una efficienza della pubblica amministrazione maggiore…eccezion fatta per l’Italia. Molto più lunga è invece la lista degli stati membri che scontano un livello di imposizione inferiore ai livelli medi del Vecchio Continente, si comincia con la Germania (39,5%) per finire con Bulgaria, Lituania (entrambe 27,4%) e Lettonia (27,5%). E le prospettive non sono buone. Per il 2011 e 2012 infatti la classifica cambierà sopratutto per l’Italia, che potrebbe salire di posizione viste le ultime previsioni sul livello di pressione fiscale, sia il Centro studi di Confindustria che la Banca d’Italia hanno, infatti, parlato di un tasso che si potrebbe assestare introno al valore record del 45%. LA CLASSIFICA: Danimarca 48,5% Belgio 46,4% Svezia 46,3% Francia 44,5% Austria 43,7% Italia 42,6% Finlandia 42,3% Germania 39,5% Olanda 39,5% Slovenia 38,2% Lussemburgo 38,0% Ungheria 37,8% Regno Unito 37,4% Cipro 35,7% Portogallo 34,8% Malta 34,7% Estonia 34,3% Repubblica cieca 33,8% Grecia 33,2% Spagna 32,9% Polonia 31,8% Irlanda 29,8% Slovacchia 28,3% Romania 28,1% Lettonia 27,5% Lituania 27,4% Bulgaria 27,4%. Analizzando la graduatoria, a superare l’Italia sono i soliti Paesi scandinavi, ovvero gli stati che vantano sistemi di welfare tra i più evoluti, strutture che storicamente e inevitabilmente richiedono un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Ma anche paesi dove il numero di popolazione è molto inferiore alla nostra. In sintesi nel nostro Belpaese si pagano più tasse, ma si ricevono meno servizi.
Lavoro e discriminazioni: va risarcita una donna licenziata dal lavoro perché bassa. E’ questione di due centimetri
Perche’ un metro e 53 centimetri d’altezza non bastano per diventare ‘addetto alla stazione’? “E’ una questione di deficit di statura in quanto alta m. 1.53 contro l’altezza minima di m. 1.55 prevista dal Decreto ministeriale n. 88 del 1999 del ministero dei Trasporti si difende la metropolitana di Roma, che ha escluso la dipendente dal posto di lavoro perchè troppo bassa. Ora la donna dovrà essere risarcita del danno subito. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 234/12. La donna si era classificata in posizione utile nella graduatoria del concorso per l’assunzione con contratto di formazione lavoro come ‘addetto alla stazione’ ma l’assunzione le era stata negata per deficit di statura in quanto alta m. 1.53 contro l’altezza minima di m. 1.55 prevista dal Decreto ministeriale n. 88 del 1999 del ministero dei Trasporti. La donna aveva ottenuto l’assunzione su disposizione della Corte d’appello dell’Aquila del 21 gennaio 2009, ma la Metro ha fatto ricorso in Cassazione, facendo valere il fatto di «essersi attenuta alle norme previste dal Decreto ministeriale e quindi per non avere disapplicato il regolamento che prevede i requisiti di assunzione, in particolare quello dell’altezza, in relazione alle mansioni rientranti nella qualifica messa a concorso, anche in deroga al D.M.». Gli ermellini della sezione lavoro della Suprema Corte hanno invece deciso, ribadendo la legittimità del provvedimento di merito, che la Corte d’Appello ha correttamente disposto l’assunzione della donna sulla base del fatto che “non si ravvisano ragioni che giustifichino la necessita’ di un’altezza minima, sotto il profilo della sicurezza dell’utenza e degli agenti addetti al servizio di trasporto, ovvero della capacita’ ed efficienza nell’espletamento del servizio stesso”. È stato dunque corretto il percorso motivazionale dei giudici di merito, spiegano gli ermellini, laddove hanno ritenuto non legittimo il limite minimo di statura. La donna dunque ha diritto all’assunzione e di conseguenza anche al risarcimento del danno. Al di là del merito della sentenza, si sottolinea come “nel bando di concorso, non c’era riferimento ad un statura minima. Ma se vi fosse stato, avrebbe dovuto essere rimosso: non si puo’ negare un posto di lavoro per una questione di due centimetri in meno.
Sicurezza: la droga ha invaso il mondo del lavoro
È quanto emerge da una ricerca dell’INPES, l’Istituto nazionale francese per la prevenzione e l’educazione alla salute. Il consumo di droga sta diventando un fenomeno sempre più diffuso in tutte le fasce di età e in ogni ambiente di vita. Nonostante il consumo di droga sia più diffuso tra le persone disoccupate, sembra che anche chi ha un impiego non riesce proprio farne a meno. La conferma arriva da un recente studio francese pubblicato lunedì che stila una vera e propria classifica dei mestieri che inducono ad essere più o meno dipendenti da determinate sostanze stupefacenti. Si scopre così che nel mondo dello spettacolo spopola la cannabis. Mentre tra gli esperti di comunicazione e agli addetti ai servizi di ristorazione è la cocaina a farla da padrone. L’alcol, invece, impazza tra pescatori, agricoltori e muratori d’Oltralpe. Da notare, infine, che chi lavora nella pubblica amministrazione, istruzione, servizi sanitari e sociali è pressoché immune a questi vizi. Ma si possono distinguere i diversi tipi di consumatori. Ci sono coloro che prendono le droghe a casa e altri che le assumono sul posto di lavoro. Altri dipendenti ammettono l’uso di droghe in modo continuativo al lavoro. In generale, sono quei soggetti occupati sui luoghi di lavoro dove lo stress e la pressione sono molto presenti come commercianti, pubblicisti e manager del marketing. Ma non solo. La cocaina è anche particolarmente popolare nel mondo dell’intrattenimento e dell’arte: quasi una persona su dieci l’ha assunta almeno una volta nella sua vita. Questa sostanza è anche più comune nel campo dell’informazione-comunicazione. Secondo il Dr. Michel Hautefeuille, lo psichiatra dell’ospedale di Marmottan, questi neo-consumatori hanno tutti in comune l’uso di cocaina come uno stimolante per lavorare. Negli ambienti di lavoro, dove le condizioni psico-fisiche del lavoratore sono un presupposto fondamentale per garantire la propria sicurezza e quella degli altri, sia il consumo di sostanze stupefacenti è tra i fattori che influenzano negativamente il comportamento dei lavoratori, creando situazioni di forte rischio e condizionando il benessere durante le ore lavorative. Si ritiene che il principale strumento di contrasto delle dipendenze debba essere la sensibilizzazione degli interessati attraverso un’informazione chiara e completa, per ottenere luoghi di lavoro liberi dalle conseguenze negative legate al consumo di sostanze stupefacenti per promuove la salute e la sicurezza attraverso un intervento basato non soltanto sul contrasto al consumo di sostanze psicotrope, ma, più in generale, sullo stile di vita che influenza il benessere complessivo della persona.
La Cassazione Civile contro i processi lumaca: va risarcita anche la parte che ha perso la causa
Si è intervenuti numerose volte sull’annoso problema della lentezza dei processi italiani causa non solo di continue condanne dello Stato da parte della Corte di Giustizia europea, ma soprattutto di conseguenze negative per i cittadini costretti a subire le ansie e le attese per decisioni che non arrivano mai o che arrivano dopo anni ed anni di rinvii. La legge 89/2001 nota a tutti come «legge Pinto» e che ha superato il decimo anno dall’entrata in vigore ha tentato di porre un argine ai danni causati alla cittadinanza per tutelarla di fronte all’irragionevole durata delle cause, che secondo giurisprudenza corrisponderebbe a tre anni per il primo grado di giudizio, due anni per il secondo e un anno per ciascuna fase successiva, stabilendo la possibilità di ottenere un “equo indennizzo” a fronte degli irragionevoli ritardi dei processi. Con alcune recenti decisioni della Cassazione (2009/16086; 2010/819), gli ermellini avevano posto alcuni paletti per definire l’entità dell’indennizzo liquidabile: “La quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata. Tali principi vanno confermati in questa sede, con la precisazione che il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno”. A tal proposito è utile riportare la recentissima sentenza n. sentenza n. 35/2012 della sesta sezione civile della Corte di Cassazione che ha ricordato come il diritto all’equa riparazione spetta tutte le parti e non soltanto quella che è risultata vittoriosa. Come spiega la Corte, la violazione del termine di durata ragionevole del processo fa sorgere il diritto alla riparazione anche alla parte che ha perso la causa. Non solo: tale diritto prescinde anche dalla consistenza economica e dall’importanza del giudizio. Unica eccezione è quella in cui si dimostri che il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio al solo scopo “di perseguire proprio il perfezionamento del diritto alla riparazione”. Implicitamente la Corte non fa che richiamare la portata del secondo comma dell’articolo 2 della legge 89 secondo cui il giudice deve considerare la complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti. Per il resto secondo la Corte risulta del tutto irrilevante, la eventuale consapevolezza, da parte di chi fa la richiesta di equa riparazione, della scarsa probabilità di successo della sua iniziativa giudiziaria. Al di là del merito della sentenza, ci si rivolge alla cittadinanza affinché prendendo spunto da tali decisioni continui a promuovere l’azione civile nei confronti dello Stato per vedersi riconosciuto un sollievo economico a fronte delle sofferenze e delle ansie dovute alla lungaggine dei processi che dovrebbe servire anche da impulso per accelerare le riforme necessarie e per fornire uno stimolo ulteriore affinché si doti l’amministrazione giudiziaria degli strumenti necessari per una Giustizia più rapida ed efficace.
Ambiente: incidente della nave da crociera Costa. Non escluso rischio ambientale evitare il disastro. Sulla nave della Costa vi sono 2’400 tonnellate di gasolio
Cresce la preoccupazione per l’impatto ambientale del naufragio della nave da crociera Costa al largo dell’Isola del Giglio. Si teme per la fuoriuscita di carburante. La nave, che ora appare pericolosamente inclinata da un lato, ha infatti un carico di 2400 tonnellate di gasolio a bordo. Si chiede il massimo impegno per scongiurare il rischio inquinamento. Se non si provvede si può rischiare il disastro ambientale. Necessarie tempestive operazioni di svuotamento dei grandi serbatoi del carburante per scongiurare il rischio ambientale, che sarebbe anche un disastro economico per un’isola che vive di turismo.
La bufala delle (finte) liberalizzazioni: gli ultimi vent’anni di liberalizzazioni sono costate agli italiani quasi 110 miliardi. Per le famiglie gli aumenti sono arrivati a 280 euro l’anno. Qui o si fa sul serio o è solo demagogia
Il tema caldo di politica economica degli ultimi giorni, le liberalizzazioni annunciate che costituiranno la fase 2 del governo Monti, quale base per il rilancio dello sviluppo a lungo termine del Nostro Paese, necessita di una riflessione attenta alla luce dei dati forniti dalla CGIA di Mestre proprio sulle liberalizzazioni susseguitesi negli ultimi vent’anni. Secondo quanto rivelato dall’analisi in questione le aperture dei mercati delle assicurazioni, dei mezzi di trasporto, carburanti, gas, trasporti ferroviari e urbani e dei servizi finanziari avrebbero inciso sulle famiglie italiane per quasi 110 miliardi, non comportando, quindi, alcun vantaggio economico nei confronti dei consumatori cui i benefici dovevano essere rivolti. Le uniche note positive verrebbero dal solo mercato dell’energia elettrica che avrebbe segnato dei miglioramenti. Ciò che inquieta e che invita alla riflessione sulla necessità di evitare con i provvedimenti in corso di definizione danni maggiori per i consumatori rispetto alla situazione attuale, sono i dati relativi alle maggiori spese subite dalle famiglie a seguito di vent’anni di presunte ed annunciate liberalizzazioni: sarebbero ben 286 all’anno gli euro pagati in più all’anno dalle famiglie italiane che, moltiplicati per il numero degli anni trascorsi dall’avvio, agli inizi degli anni ’90, delle aperture dei mercati di ogni singolo settore e sino al novembre scorso hanno fatto salire l’ammontare complessivo a 4.576 euro per nucleo familiare. Ma venendo ai singoli settori, tra il 1994 e il novembre del 2011, le assicurazioni hanno pesato ben 2.462 euro in più nelle tasche delle famiglie italiane, con un aumento medio annuo pari a 154 euro. Un altro mercato che ha colpito gravosamente i bilanci familiari è stato quello dei servizi finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie e altro), con costi medi supplementari pari a 58 euro in più ogni anno con un aumento globale dal 1993 al novembre 2011 pari a 921 euro che, moltiplicati per il numero totale delle famiglie porterebbero alla spaventosa cifra di 21,9 miliardi di euro. Tra gli ultimi mercati ad aver visto attuati provvedimenti liberalizzativi è da segnalare quello del gas che però come gli altri due descritti precedentemente non ha subito degli effetti positivi dalla parte degli utenti: dal 2003 al novembre 2011 gli aumenti medi totali per ogni famiglia corrispondono alla cifra di 901 euro con una crescita annua d’importo pari a 56 euro in più, e costi globali esorbitanti che arrivano a 22,1 miliardi di euro per tutte le famiglie. Come detto, l’unico settore a salvarsi dagli esiti di quelle che appaiono come finte liberalizzazioni alla luce dei dati riportati, solo quello dell’energia elettrica dove nel complesso, il risparmio per le famiglie è stato di 6,7 miliardi di euro. Per tali ragioni si condivide l’analisi del segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi secondo cui “in Italia le liberalizzazioni, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno funzionato. Prezzi o tariffe sono cresciuti, con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale. Purtroppo in molti settori si è passati dal monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie private”. Sull’assunto di quanto sostenuto dal segretario della Cgia di Mestre, se aperture dei mercati vi devono essere, devono essere aperture reali, efficaci ed effettivamente in grado di portare reali vantaggi ai consumatori. Non si può parlare di liberalizzazioni dei trasporti come quello urbano dei taxi o dell’orario di apertura dei negozi che potrebbero apparire come iniziative quasi demagogiche per non dire populistiche, se prima non s’interviene con vere liberalizzazioni nei confronti delle lobbies e delle corporazioni che dominano quasi incontrastate l’economia del paese quali assicurazioni, banche ed imprese del settore energetico.